UN ANGELO CON VENERE IN ARIETE

Le casualità giocano un ruolo determinante nella vita di ciascuno di noi, alcune circostanze possono capovolgere letteralmente il nostro consueto vivere, coincidenze alle quali non sappiamo dare una spiegazione logica e razionale, sincronismi in cui gli eventi particolarmente straordinari non sfuggono, come avessero un piano ben preciso.
Avevo conosciuto Gianni, un curioso ed eccentrico personaggio. Non era bello ma, direi, piuttosto fascinoso. La sua personalità stravagante e insolita lo rendeva brillante; si adattava perfettamente al suo lavoro nel campo del marketing.
Io, da tempo, ero desiderosa di cambiare lavoro, così accettai di seguirlo nella sua professione. Mi vedeva adatta per la propria attività: la comunicazione era un requisito fondamentale e, poiché parlare ed essere persuasivi era ciò che mi riusciva naturale, mi convinse a provare. All’inizio lo accompagnai nelle sue visite alla clientela: una sorta di tirocinio.
Un giorno anziché riportarmi a casa, dopo il nostro solito giro di lavoro, mi chiese di accompagnarlo dal dentista.
Gli avevo riferito spesso di voler ricorrere all’odontoiatria estetica e di quanto desiderassi rivolgermi a uno specialista, bravo ma non esoso.
Tuttavia, quel giorno, non mi sentivo disposta per sottopormi a visita e, visto che era un fuori programma, non intendevo sentire ragioni, per cui mi lamentai parecchio.
“Dai Angelica! Ho parlato di te a Maurizio. Vuole vederti e farti un preventivo.”
“Uffa! Non ho voglia! Sono troppo stanca, digli che non sto bene, ti aspetterò qui. Prendi l’appuntamento per un altro giorno.”
“Allora, aspettami qua.”
Dopo dieci minuti era di ritorno. “Vuole assolutamente vederti, ora ha tempo!”
“Accidenti, mi sento in disordine!” gli risposi seccata. “Abbiamo girato tutto il giorno, sono sudata e stanca!”
La mia insicurezza cominciò a irritarlo. “Senti, se non vieni, perderai un’ottima occasione per rifarti la bocca come desideri; io non ti aiuto più se continui a fare la bambina capricciosa!”
A malincuore accettai. Entrò prima Gianni, io rimasi nella sala d’aspetto che, per fortuna, in quel momento era vuota. Approfittai per guardarmi allo specchio del portacipria per darmi una rinfrescata al trucco.
Sentii qualcuno aprire la porta: apparve un bell’uomo, alto, con la barba, dall’aspetto elegante, con valigetta in mano. “Un agente di commercio, un rappresentante di articoli odontoiatrici”, pensai. Mi salutò con un radioso sorriso, così luminoso che splendeva come il sole al solstizio d’estate. I suoi occhi marroni brillavano, parevano simili nell’aspetto a due pietre di diaspro; era bello e disarmante da togliere il fiato.
Quell’incontro in un freddo giorno autunnale aveva preso le sembianze di un caldo e piacevole giorno d’estate. Sì, quel giorno il sole si era fermato davanti a me. Quella stupenda visione mi distrasse per un attimo, e rimasi ferma con la mano nell’intento di incipriarmi il naso.
Egli rimase in piedi a guardarmi, continuando a sorridere. Osservando il mio ritocco mi disse: “Sei bellissima!”.
“È solo barbatrucco” risposi, abbozzando un sorriso.
Aveva capito il mio imbarazzo, ma la sua espressione felice mi dava un senso di benessere, che mi invadeva l’anima. Sembrava che mi conoscesse nell’intimo, così distesi i miei tratti impacciati.
“Davvero, sei bellissima!” ripeté.
“Grazie e stra-grazie!” esclamai entusiasta.
Quando un uomo ti parla in quel modo non puoi far altro che crederci e rimanerne lusingata. Mentre fantasticavo su di lui, uscì Gianni e ruppe quell’incanto proprio nel momento in cui desideravo sapere di più del misterioso uomo: era il mio turno. Maurizio mi venne incontro salutandomi e invitandomi a entrare per la visita. Quel giorno fu una sorpresa per me vedere che anche Maurizio si complimentava per la mia bellezza; e io che avevo così temporeggiato a uscire dalla macchina e che mi sentivo quasi da buttar via! É indubbio che noi siamo i peggiori giudici di noi stessi quando ci sentiamo stanchi, in disordine e con le nostre insicurezze, come se tutto il mondo potesse notare il nostro disagio! Ma questa, più che insicurezza, è presunzione!
Parlai con Maurizio a lungo dei miei denti e di cosa desiderassi fare per rendere bellissimo il mio sorriso, ma non fu d’accordo: per lui andavo benissimo così. Mi consigliò solo di fare una detartrasi. Non nascosi la mia delusione e cercai ancora di persuaderlo a farmi un ritocco, come usano fare certe attrici che per avere un sorriso a 360° si fanno allungare tutti denti. Non mi accorsi del trascorrere del tempo per cui, quando mi disse che stavamo parlando da più di un’ora, mi ricordai di Gianni che aspettava fuori e dell’uomo che era venuto dopo di noi. Uscii dallo studio e davanti alla porta c’era il mio amico e l’incantevole uomo che mi fissava come se mi aspettasse per chiedermi qualcosa. Mentre prendevo accordi con Maurizio per un incontro successivo, dettai il mio numero di telefono ad alta voce. Dopo aver salutato il dentista, mi volsi verso l’uomo misterioso e gli andai incontro porgendogli la mano. Sentii il suo sguardo penetrante e per qualche secondo mi persi nei suoi occhi! Avrei voluto dirgli qualcosa ma la situazione non me lo permetteva.
Chissà se lo rivedrò mai più? Mi allontanai dallo studio felice ma con una punta di malinconia. Appena in strada Gianni non risparmiò la battuta: “Hai visto che hai fatto colpo? Tu che non volevi nemmeno scendere dalla macchina! Ah ah ah ma quanti complessi ti fai!”.
“Gianni, ero solo stanca!”
A volte si dimostrava davvero invadente… ma, in fondo, lo dovevo ringraziare; senza di lui e le sue insistenze non avrei mai potuto conoscere il vero amore. Quello che accadde dopo mi fece capire che certi incontri non sono affatto casuali. Tornai a casa da Luca, il mio compagno, con cui vivevo ormai da anni. Tra noi si era spenta, purtroppo, ogni passione dopo la morte di nostra figlia che ci aveva lasciato un vuoto. Eravamo divenuti due estranei che vivevano sotto lo stesso tetto. Il continuo rinfacciarsi a vicenda i propri errori, dopo il triste evento, ci lasciò quel rancore e quell’amarezza che alla fine si tramutano nell’indifferenza totale. Mi mancava il coraggio di lasciarlo. Spesso usciva con gli amici e a volte capitava che non rincasasse nemmeno. La sua indifferenza aveva finito con lo stancarmi, tanto che arrivai al punto di pregare che si trovasse un’altra donna e se ne andasse con lei. Il rimorso per le cose brutte che pensavo su di lui mi lasciavano un senso di profondo amaro e la frustrazione di una donna infelice: ma, in fondo, di cosa mi lamentavo? Luca aveva sofferto insieme a me, con il medesimo dramma confitto nel cuore! Occorreva rimuovere il negativo, la tragedia, il dolore e poi, forse, un giorno saremmo tornati di nuovo uniti come eravamo un tempo. Assorta nei miei pensieri, non avevo fatto caso che era rincasato.
Risposi al cellulare che continuava a squillare. “Ci siamo conosciuti oggi dal dentista; mi perdoni se la chiamo a quest’ora e se sono stato indiscreto a rubarle il numero di cellulare, desideravo tanto rivederla. La trovo incantevole! Non voglio sembrarle un maniaco. Non ho fatto in tempo a presentarmi. Mi chiamo Paolo, sono un amico di Maurizio, mi piacerebbe conoscerla se fosse possibile!”
Per un attimo o forse due, rimasi basita, in silenzio. Non potevo crederci! Stavo pensando intensamente a quell’uomo e ora risentivo la sua voce. Cosa gli dico? Non riuscivo a parlare, ero stupita e sorpresa.
Aggiunse: “Non voglio disturbarla, se vuole richiamo in un altro momento”.
“No, mi fa piacere sentirla, non avevo capito fosse lei.”
“Possiamo darci del tu?”
“Certo! Si… scusa” risposi imbarazzata.
Nonostante fossi a disagio, volli inoltrarmi nella conversazione lasciandomi guidare dall’istinto e dal desiderio di conoscerlo.
Scorsi Luca che mi guardava impalato sulla soglia del bagno, con aria interrogativa: forse aveva ascoltato tutto il dialogo con il mio interlocutore.
“Scusami, Paolo, forse è meglio risentirci in un altro momento.”
Interruppi bruscamente la conversazione, come se ci fosse nell’aria una certa tensione dovuta alla sua chiamata.
“Ho preparato la cena: volevo farti una sorpresa”, disse Luca, con un timbro di voce irritato.
“Grazie! Scusami; non avevo notato fossi già tornato!”
“Me ne sono accorto” dopodiché andò ad apparecchiare infastidito.
Qualche minuto dopo sentii rompere dei piatti nel lavabo: il suo disappunto era evidente e voleva farmelo notare cercando un qualsiasi pretesto per bisticciare. Ero perplessa! Non l’avevo mai visto così nervoso e, sinceramente, quel suo modo di passare dall’ indifferenza e dall’assenza di comunicazione tra di noi, degli ultimi tempi, alle attenzioni romantiche e al turbamento illogico di uomo geloso, mi lasciava alquanto incredula e meravigliata. Feci finta di niente, non avevo affatto voglia di discutere per cui lasciai cadere ogni giustificazione. Rimasi insensibile di fronte a tutta la sua smania di fare colpo su di me e lo ignorai; in fondo, non mi sembrava di aver fatto nulla di male. Passò tutta la serata tenendomi il broncio. Ci dormimmo sopra. Il mattino seguente me lo trovai addosso, nel tentativo di un approccio amoroso. Che senso di repulsione si genera in una donna nel sentirsi toccare da un uomo che non ama più! Poi, come dico sempre, l’antipatia non richiede sforzo e allontana ogni speranza di riconciliazione, tanto più dopo quello che era successo la sera precedente: non sarei riuscita a sopportare quel contatto fisico.
Non era un bel modo ma glielo dissi senza mezze misure: “Lasciami in pace e pensa invece a come puoi chiedermi scusa, dopo il tuo fare odioso di ieri sera!”
Mi diede una spinta così forte che caddi dal letto. Non mi aspettavo una reazione così violenta e scoppiai a piangere, sia per l’azione in sé, sia perché mi ero fatta veramente male cadendo.
“Piagnucola da un’altra parte e lasciami riposare!” mi apostrofò sarcasticamente, come se tutto fosse stato uno scherzo.
Non era Luca! Non mi aveva mai picchiata o trattata con violenza; quel gesto sprezzante e aggressivo non gli apparteneva. Di solito le nostre litigate erano solo parole gridate, a volte cattive con l’intento di offendere, ma non così, no, mai! Forse quel rancore covato da chissà quanto tempo lo aveva reso cinico e crudele, oppure era un uomo che non conoscevo abbastanza. Ci pensai tutto il giorno, ma la sensazione fu che volevo assolutamente liberarmi di quella convivenza, ormai diventata oppressiva.
Continuavo a pensare a Paolo, avevo memorizzato il suo numero, desideravo chiamarlo ma poi me ne mancava il coraggio ed esitando, rimandavo sempre a un momento più propizio. Dovevo incontrarmi con un’amica dopo il lavoro, così decisi di non tornare a casa per la cena. Stella, così si chiamava, aveva una bellissima casa con un grande giardino, ai piedi della collina torinese. Si potevano ammirare fiori bellissimi e piante da frutto. In autunno, quei colori dai toni fiammeggianti trasmettevano serenità. Lontano da qualsiasi rumore della città ci stavamo godendo quel momento di paradiso, sedute sull’altalena a parlare. Le raccontai di Paolo e della crisi che stavamo attraversando Luca e io. Non le avevo mai confidato i miei problemi in modo così aperto, ma ne sentivo il bisogno. Con la sua inconfondibile espressione affettuosa e materna mi faceva sentire al sicuro.
“Be’! A questo punto consiglierei di farci un aperitivo, che ne dici?” disse sorridendomi felice e rientrò per preparare.
Io rimasi a godermi quel venticello profumato d’autunno; non faceva nemmeno freddo, il sole durante il giorno aveva riscaldato l’aria e se ne poteva godere ancora il tepore. Ero rilassata e stavo bene con me stessa. In quel momento di serenità, quasi felice, squillò il cellulare.
Era Paolo! Cominciò a battermi forte il cuore dall’emozione; mi tremavano le mani e, saltando giù dall’altalena, avviandomi verso la villetta risposi: “Ciao Paolo!”.
“Ciao bellissima! Hai memorizzato il mio numero. Mi fa piacere!” La sua voce ebbe un effetto rilassante; mi disse che era in partenza per il Giappone. Desideroso di farmi un saluto, voleva rivedermi al suo rientro. Accettai e chiudemmo la conversazione. Stella mi sorrideva contenta, aveva intuito dalla mia espressione gioiosa che si trattava di Paolo e, facendomi accomodare di nuovo sull’altalena, mi chiese di raccontarle tutto ciò che ci eravamo appena detti. Stella stava diventando la custode dei miei segreti. Le sue dimostrazioni di affetto resero la serata così piacevole che alla fine rimasi anche a dormire. Era contenta di vedermi interessata a un altro uomo, del resto Luca non le era mai piaciuto. Mi disse, inoltre, che se avessi voluto lasciarlo e non avessi avuto altra possibilità, avrei potuto trasferirmi da lei. Passarono molte settimane prima di risentirlo, tanto che non ci speravo più. Nutrivo un desiderio intenso di rivederlo ma l’ansia dovuta al suo silenzio mi divorava, l’impazienza mi stava torturando e non mi dava tregua, era un’angoscia che faceva male al cuore. Mi stavo chiedendo se fosse il caso di chiamarlo. Avevo capito quanto mi fossi addentrata emotivamente in quel sogno tormentato che si chiama passione, poiché si poteva placare soltanto risentendo la sua voce. Avrei voluto incontrarlo casualmente, guardarlo negli occhi e dirgli quanto fossi attratta da lui. Immaginavo quel desiderio fino a esprimere il mio tormento sorprendendomi a piangere. L’attesa mi portò a pensare che non sarebbe stata una storia facile e nemmeno prevedibile. Mi stavo preparando alla svelta per recarmi al lavoro, quando sentii il segnale di un messaggio sul cellulare, che lessi subito. “Posso chiamarti?” Paolo mi aveva scritto. Stentavo a crederci. Gettai un grido di gioia e lo chiamai immediatamente! Avevo le guance in fiamme per l’emozione, sentivo il viso caldissimo, ma come al solito la sua voce ebbe un effetto calmante!
“Ti chiedo scusa per il lungo silenzio, sono rimasto per lavoro in Giappone più del previsto. Vorrei rivederti, è possibile?”
Mentre parlava ero completamente assorta, come fossi in trance, ascoltavo il suono delle sue parole senza riuscire a rispondergli.
“Angelica, ci sei?” A quelle parole, rinvenni all’istante. “Si, Paolo, voglio rivederti”, risposi.
Ci tenemmo in contatto fino al giorno del nostro incontro. Arrivai all’appuntamento molto nervosa. Lui era lì ad aspettarmi, ma più mi avvicinavo e più non mi sembrava l’uomo che avevo conosciuto: non era bello come lo ricordavo. Tutt’a un tratto stavo per cambiare idea e fare inversione con la macchina per andarmene, quando mi venne incontro sorridendo. Che cosa è cambiato rispetto ad allora! Forse era solo una sensazione dovuta alla tensione accumulata nell’attesa e all’emozione che mi stava invadendo nel rivederlo.
“Sei molto più bella di quanto ricordassi!” disse guardandomi scendere dall’auto. Io, invece, ero imbarazzata e non riuscivo a nasconderlo: dopo averlo visto mi sembrava diverso, questo mi faceva sentire a disagio. Accettai in ogni caso di andare a bere qualcosa insieme. Parlai pochissimo per tutta la sera, ero intenta più ad ascoltarlo per capire chi fosse. Con stupore mi accorsi di sentirmi coinvolta: la sua voce persuasiva, calda e rassicurante, mi metteva a mio agio. Mi rivelò di essere un uomo d’affari; mi parlò del suo lavoro che lo portava in giro per il mondo e dei suoi progetti. Stavo così bene, che mi sembrava di conoscerlo da sempre. La strana impressione che avevo provato in un primo momento svanì, tanto che avevo perso la percezione del tempo.
“Si è fatto tardi, devo andare” gli feci notare.
“Ci possiamo rivedere? Ci terrei moltissimo!” disse prendendo le mie mani e stringendole forte.
“C’è un problema di cui non ti ho parlato, Paolo, e che devi sapere: ho un compagno!”
Abbassando lo sguardo e con voce sommessa mi disse che era sposato. Devo dire che me l’aspettavo. Questo comprometteva tutto. Stavo per congedarlo, quando mi prese d’improvviso, baciandomi con tutta la passione generata dall’incontenibile desiderio, represso per tanto tempo, che provava per me.
“Non voglio lasciarti andar via, ti ho pensata tantissimo! Credi all’innamoramento a prima vista?”
Completamente stordita dal suo bacio seppi solo dirgli: “Sì!”. Quell’indicibile emozione mi sconvolse i sensi: si riaccese la forte attrazione per lui, come fossi sotto un incantesimo. Ero felice perché sentivo tutto il calore del suo abbraccio e, senza curarci di chi potesse vederci insieme, mi godevo quell’istante di estasi.
A un tratto mi accorsi del locale affollato.
“Non temi che qualcuno ci possa notare? Andiamo a rifugiarci in macchina” gli dissi.
“Certo, hai ragione! Oltretutto ho un regalo che ti ho portato dal Giappone.”
Restammo ancora a parlare a lungo e alla fine decidemmo di andare a trovarci un albergo. Non ebbi voglia di chiamare Luca per dirgli che non sarei rincasata, in fondo, anche lui aveva fatto lo stesso con me. Questo mi faceva sentire libera e, senza alcun rimorso: dimenticai che esistesse. In quel momento seguivo solo l’impulso del mio cuore, senza pensare alle conseguenze. Desideravo sessualmente quell’uomo nella sua interezza, decisa a provare ciò che avevo da tempo dimenticato. Avvertii un piacere immenso nel sapere che mi desiderava così ardentemente. Quell’attrazione carnale ci travolse per tutto il tragitto in macchina. Infiammato di passione guidava come un folle, cercando avidamente le mie labbra ma, allo stesso tempo, con un occhio attento alla strada. Tutto questo mi eccitava moltissimo e con mente ubriaca feci tutto quello che mi richiedeva e ordinava, sì, poiché era lui a condurre quel gioco erotico. Bramando il contatto con quel corpo caldo, con il cuore impazzito ne scrutavo ogni parte con occhi invadenti e mani impazienti. Lo sentivo vibrare sulla mia pelle: invasa dalla sua stessa fiamma; lo desideravo, come la terra desidera il cielo.
Con voce sensuale mi sussurrava: “Sei bellissima. Sei la perfezione cosmica, vorrei naufragare nel profumo della tua pelle e del tuo respiro. Ora, subito, non resisto!”.
Impazzivo al tocco delle sue dita ed era davvero sublime smarrirsi nel suo sguardo, per poi perdersi in quelle sue labbra carnose come in un labirinto, appositamente per non trovarne l’uscita e goderne del piacere provato. Eravamo sovraeccitati, una bellissima sensazione che avvolgeva la nostra mente in un torpore da droga emozionale.
Scoprivamo una sintonia perfetta: era davvero diverso da tutti gli uomini con cui ero stata. Mi ero imbattuta in un perfetto seduttore! Eravamo arrivati in una bellissima zona residenziale, con tanto di ville sfarzose, giardini e cancelli imponenti. Sembrava conoscesse bene il luogo dove mi stava portando. Aprì a distanza un cancello e ci addentrammo in un parco. Ci avvicinammo a un edificio, che non era un albergo: ciò che si presentava davanti era una lussuosissima villa. Per un attimo guardai il suo viso compiaciuto.
Sorridendomi disse: “Volevo farti una sorpresa, questa è una delle mie case!”.
Rimasi sbalordita, in silenzio. Ero felice, ma ora tutto sembrava più misterioso. Era una pazzia passare la notte con un perfetto sconosciuto. In effetti non sapevo nulla di lui. Sentivo di poter sfidare il pericolo, pronta ad andare incontro a una incerta avventura, consapevole solo della forte passione che ci stava travolgendo. Mi prese per mano, silenziosamente con passi controllati quasi a non far rumore, percorremmo un tratto al buio. Spogliata di ogni certezza, sopraggiunse nel mio animo un timore insolito, che mi fece avvertire l’insidia di quella situazione, interrogandomi su cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Con animo inquieto entrai con Paolo in casa. La luce illuminò un salone enorme; tutto l’arredamento del soggiorno sembrava non fosse stato mai usato. C’era odore di nuovo, di mobili appena acquistati, tutto in un ordine impeccabile quasi maniacale che metteva ancora più ansia. Nulla sembrava naturale, nemmeno lui che a un tratto persi di vista. Non mi ero accorta si fosse allontanato. Svanito nel nulla! Guardai l’orologio: era mezzanotte e la casa era stranamente silenziosa. Avevo tanto agognato quel momento e ora avrei tagliato volentieri la corda: volevo fuggire via. Difficile mantenere il controllo in questi casi, cercavo di non perdere la calma; le mie mani tremanti tradivano il mio stato d’animo. Silenzio e tensione, silenzio che mi afferrava alla gola.
“Paolo, ci sei?” cominciai a chiamarlo avanzando verso altre stanze. Aprivo le porte e timidamente entravo, nella speranza di trovarlo.
Sentii aprire delicatamente in fondo al corridoio, due occhi lucenti mi sorrisero, era lui: “Vieni, tesoro non aver paura, ho solo preparato la camera per noi”.
La stanza disegnava strane ombre alla luce di candele perfettamente disposte; i complementi d’arredo color oro riflettevano brillanti come oggetti incantevoli. Un letto rotondo con lenzuola di seta nera catturò la mia attenzione. Nell’angolo scorsi una sedia di velluto rosso con sopra dell’intimo femminile; davanti al letto, un grande specchio. L’atmosfera era estremamente sensuale: aveva prestato attenzione a tutto per rendere il gioco erotico ed eccitante.
“Ti sei spaventata?” mi disse, stringendomi forte. “Ti ho preso della lingerie, vorrei che la indossassi, io torno subito.”
Per tutto il tempo della sua assenza, in quella atmosfera da sogno, rimasi come sospesa, guardandomi attorno incuriosita e stupita. Era tutto così affascinante, ma in quel contesto mi sentivo intimidita e fuori luogo. Alle mie spalle mi accorsi della sua presenza.
“Ti piace il mio regalo, non vuoi indossarlo?” disse sorridendomi.
“Spero di essere qualcosa di più!” gli risposi, eludendo la domanda.
“Qualcosa di più?”
“Sì, di un’amante occasionale.”
“Non temere, non sono così con tutte le donne. Era solo un regalo per l’occasione. Tesoro, ti adoro!” e, chinandosi su di me, con prepotenza mi baciò.
Quella trepidazione eccitò i miei sensi. Lasciando allentare ogni tensione, mi abbandonai appassionatamente al desiderio. Tra le sue braccia lasciai dubbi e paure, come cancelli che si chiudevano alle mie spalle, mi sentivo al sicuro; nel silenzio di una penombra bruciavano i nostri corpi voluttuosi, tra fili di seta nera e gemiti di piacere. In quella dimensione era come sprofondare nell’abisso delle nostre anime, dove l’eros si mescolava alla gioia della nostra intimità di possederci. In un certo senso mi pareva di morire tanto era il godimento estremo. Mi ritrovai la mattina con Paolo che mi stringeva la mano e, già sveglio, mi chiedeva se potevo restare a fare colazione con lui. Guardai l’ora e mi ricordai all’istante di Luca. L’angoscia mi assalì pensando che forse mi stava cercando. Paolo capì al volo.
“Devi tornare a casa, vero?”
“Sì, tesoro! Ho paura che il mio compagno si stia preoccupando.”
Accesi il cellulare e apparvero un gran numero di notifiche di Luca. Mi mancò il coraggio di chiamarlo così spensi di nuovo il cellulare. Paolo mi accompagnò alla macchina, ci stringemmo in un ennesimo abbraccio.
“Voglio stare con te amore mio, ho bisogno di rivederti.”
“Non parliamone adesso” gli dissi turbata “Devo scappare, ci risentiamo.”
A casa non trovai nessuno. Riaccesi nuovamente il cellulare e una chiamata di Paolo sopraggiunse in quel momento: “Tutto bene, tesoro?”.
“Sono a casa, ma Luca non c’è; non preoccuparti ti richiamerò io.”
Avevo l’impressione che le cose si stessero complicando. Chiamai Luca, sentendomi addosso un’ansia da farmi tremare la voce.
“Mi hai cercata?” gli domandai, facendo apparire che fosse tutto normale.
“Ma dove eri finita? Sono stato in pensiero per tutta la notte!” rispose con voce severa.
“Ero da Stella, scusami, non ho pensato di avvisarti.”
“Non è vero, sei una bugiarda, l’ho chiamata ma tu non c’eri! Hai anche spento il cellulare! Ti sei fatta un amante?”
“Non ho più voglia di discutere”, replicai e gli chiusi il telefono in faccia.
Telefonai subito a Stella; appresi che Luca l’aveva chiamata più volte anche durante la notte. Le raccontai tutto e scoppiai in un pianto liberatorio, confidandole il timore che Luca potesse mettermi le mani addosso, visto l’ultimo precedente.
“Perché non mi hai detto che dovevi incontrarti con Paolo? Ti avrei coperta! Stai tranquilla, se vuoi puoi trasferirti da me, anche da subito!” disse Stella, con voce persuasiva.
Presi un borsone e cominciai a riempirlo di effetti personali, volevo andarmene da casa il più presto possibile, ma non feci in tempo perché Luca era rincasato.
“Cosa stai facendo? Vuoi andartene con lui?”
“No, ma che dici? Sto per trasferirmi per qualche giorno da Stella; ho bisogno di riflettere. Noi non andiamo più d’accordo da molto tempo. Sono anni che trasciniamo il nostro rapporto; siamo una coppia che cerca di sopravvivere ormai! Tranquillo, tanto non ti chiederò nulla. Ho il mio lavoro con Gianni e posso farcela anche da sola!”
“Hai già calcolato tutto. Te ne vai perché hai un altro e non hai il fegato di dirmelo in faccia!” replicò, cominciando a infervorarsi.
A nulla valeva spiegargli e convincerlo che in fondo tra noi era tutto già finito da un pezzo. Decisi che non valeva più la pena parlargli e continuai a cercare le cose da mettere nel borsone.
“Non te ne andare, Angelica! Frena la tua impazienza e cerchiamo di ragionare” continuò, chiudendo la porta per non lasciarmi uscire.
“Lasciami andare; non hai alcun diritto su di me, non ti amo più da un pezzo. Questi anni con te sono stati un inferno”, incalzai alzando la voce.
“Non ti ho mai fatto mancare nulla e nemmeno ti ho impedito di essere libera e ora non mi puoi dire una cosa del genere! Mi hai preso in giro tutto il tempo. Perché non mi hai mai detto che stavi così male con me? Lo so che dopo la morte di Lisa avrei dovuto starti più vicino, ma anch’io avevo bisogno di superare quel brutto momento!”
Mi prese per un braccio interrompendo quello che stavo facendo e, alterandosi ancora di più, mi disse: “Pensi di aver sofferto solo tu? Non stare in silenzio, rispondimi!”.
“Fammi andare e poi ne riparleremo”, replicai cercando di aprire la porta. Tolsi la sua mano dal mio braccio, ma mi sentii afferrare per i capelli.
“Non ho bisogno di avere la tua approvazione, da qui non esci, punto!” Mi sentii raggelare. Senza dimostrargli timore, risposi con voce decisa: “Cosa vuoi fare, vuoi picchiarmi?”.
A quel punto mollò la presa, limitandosi a chinare la testa, mi lasciò uscire. Consumata dall’angoscia, i miei occhi si riempirono di lacrime. Sentivo che non sarebbe finita così. Apparentemente era tutto contro di me, come se fossi passata dalla ragione al torto. Stella, invece, era felice che mi fossi lasciata con lui e mi fossi trasferita da lei. Mi buttò le braccia al collo e mi stampò un bacio sul viso.
“Brava, finalmente! Che diamine! Era ora che lo lasciassi, quel bruto; non sentirti in colpa! Non piangere più! Hai bisogno solo di riposare: domani vedrai tutto con altri occhi.”
Per lei si sarebbe tutto risolto positivamente. In quella atmosfera ovattata e rassicurante tornai a essere ottimista. Nel tepore del letto mi vennero in mente tutti i momenti felici trascorsi con Paolo, pensando cosa avrei potuto dirgli ora che finalmente ero libera. Pensai che avremmo potuto vivere insieme, poiché avevo, nell’euforia del momento, dimenticato che lui fosse sposato. La presenza di Luca non mi appariva più come un ostacolo. In quel silenzio innaturale mi addormentai in un sonno dolcissimo e profondo.
La tragicità non è mai contemplata nella propria vita: escludiamo sempre ciò che accade agli altri possa accadere a noi. In amore, viviamo una realtà, quando è felice, che riteniamo eterna e immutabile e non osiamo pensare che tutto possa essere distrutto. D’altra parte l’amore è un sentimento coraggioso, che domina al di là del bene e del male: su ciò riflettevo, anche con un po’ di ottimismo. Gli eventi, però, da lì a poco si sarebbero profilati di una drammaticità sconvolgente, per le amare verità che avrebbero rivelato. Entrare in sintonia con il cuore di un altro, l’illusione-certezza che si possa comprenderne lo stato d’animo è ciò che l’uomo vorrebbe si realizzasse, con il prossimo e, soprattutto, con la persona amata. Il desiderio di confidarmi con qualcuno, per avere un consiglio su che strada percorrere, riguardo alla mia storia, era enorme. Decisi di parlarne anche a Gianni. “Il silenzio è meglio di un alibi perfetto”, diceva sempre mio padre. Aveva perfettamente ragione! Questo era un motivo più che valido per non sbilanciarsi e mettere in piazza la propria privacy, al fine di non trovarsi in una posizione di sfavore ed essere giudicati. Ma non diedi ascolto né misi in pratica il consiglio del mio caro genitore.
“Non hai la più pallida idea di cosa hai combinato, Angelica. Se Maurizio venisse a sapere della relazione che hai con Paolo, mi farai fare una brutta figura, senza contare che il mio amico conosce bene anche la moglie: mi hai creato una situazione di grave imbarazzo!”
“Pensavo di potermi fidare di te e della tua discrezione!” gli dissi, disorientata.
“Non comportarti da immatura, Angelica. Mi hai messo in mezzo a un gran pasticcio, capisci?! Chi altro è al corrente della tua situazione?”
“Lo sa solo una mia amica; mi sono infatti trasferita da lei.”
“Congratulazioni a entrambe, allora!” soggiunse in tono sarcastico e, alzando sprezzantemente le spalle.
Quelle parole, improvvisamente mi disarmarono, facendomi piombare in un silenzio assoluto. Ero tentata di rispondergli male, ma preferii tacere. Con la sua intromissione involontaria mi ero messa a rischio; l’intuito mi diceva che mi ero creata un nemico. Ero stata davvero molto imprudente! Avevo provocato uno squilibrio, considerando pure che con Gianni avevo un rapporto di lavoro, dal quale dipendeva tutta la mia autonomia. Paolo sarebbe dovuto essere un amante segreto, una relazione insospettata e, invece, già due persone ne erano a conoscenza. Il sole era tramontato e Paolo non si era ancora fatto sentire. Guardavo continuamente il cellulare. Fu Luca, invece, a chiamarmi pregandomi di tornare, passando da un tono dolce a uno soffocato di gemiti, segno di chiara sofferenza. Io assistevo indifferente, poiché non credevo a una sola parola di quello che diceva, pensando fosse solo un modo di commiserarsi facendomi sentire inadeguata e in colpa. Riattaccavo immancabilmente, senza mai farlo finire di parlare. Presi, infine, il coraggio a due mani e chiamai Paolo. Era la prima volta che lo cercavo.
“Sono in riunione” mi rispose, “Ti richiamerò io.”
Mi sembrò un atteggiamento distaccato ma non volli trarre conclusioni affrettate e aspettai. Quando incontriamo l’amore, rischiamo di perdere noi stessi; ci sentiamo soddisfatti e felici solo se ricambiati e viviamo all’ombra dell’altro in una dipendenza affettiva che rischia di diventare un’ossessione. Per uscire da quella zona d’ombra, dobbiamo capire cosa fare per il nostro bene e come trovare un equilibrio, le risorse in noi stessi per essere felici. Ma è più facile consigliare gli altri che noi stessi, così viviamo trascinati dalle nostre emozioni più che dalla ragione. Mi chiamò il giorno dopo e mi chiese se tutto andasse bene.
“Per nulla!” gli risposi e gli chiesi di vederci.
“Tra qualche giorno dovrei ripartire per lavoro: se ti va domani sera ci vediamo.”
Il silenzio regnò un attimo per la lentezza della mia risposta ma alla fine seppi solo dirgli “Ok!” e la telefonata si concluse.
Un dubbio, però, si insinuava nella mia mente perché avvertivo che qualcosa non andava. Paolo mi sembrava diverso dal solito “Che fosse successo qualcosa!?”
Compresi solo quando finalmente potei parlare e chiarire tutto con lui: Gianni aveva rivelato della nostra relazione a Maurizio.
“La discrezione non è il tuo forte” mi disse con tono sgradevole. Rimasi mortificata.
“Tesoro, mi dispiace; pensavo di potermi fidare, avevo bisogno di parlare con un amico. Credevo, infatti, che tale fosse Gianni per me!”
Lo guardai negli occhi, c’era un’ombra di inquietudine.
Preoccupato mi disse: “È meglio che per un po’ non ci vediamo: dirai a tutti che tra noi è finita o, almeno, non parlare più di noi con nessuno!”.
Quelle parole furono per me più amare del fiele; il mio cuore era in tumulto, ma compresi pure la sua situazione, in fondo ero stata io a creare i presupposti affinché le cose prendessero quella piega. Mi resi conto di quanto lo amassi, non volevo causargli rovina o distruggergli la vita: aveva una famiglia e dei figli. Trattenni le lacrime e lo lasciai andare. La tragedia s’insinuò in quella delicata circostanza, come se non bastasse il dolore che stavo già provando per il forzato distacco.
Tre giorni dopo il nostro incontro, seppi da Paolo che, dopo aver ricevuto delle minacce anonime, durante la notte qualcuno gli aveva incendiato la macchina. Il nostro sospetto andò immediatamente a Luca. Come inganno sottile arrivò come una minaccia e un ricatto, invisibile e imprevedibile, senza che si potesse individuare il nome dell’autore. A quel punto, Paolo non volle più saperne di me. Non mi ero mai sentita così fragile e vulnerabile, ero, sia pure in parte, responsabile di ciò che era accaduto; ora stavo pagando per la mia ingenuità. Gianni si era mostrato spregevole, non certo un amico: una delusione e una lezione imparata a mie spese, inoltre, persi anche il lavoro. Ciò che mi turbava di più ora, era Luca: non potevo credere avesse compiuto un gesto così spregevole e assurdamente vendicativo. Com’era venuto a conoscenza della mia relazione con Paolo e, se era stato capace di fare tutto questo, cos’altro mi dovevo aspettare? Era tutto così irreale! Stella mi diede ancora il suo aiuto, di questo potevo ritenermi fortunata.
“Potrai restare da me tutto il tempo necessario! Non voglio nulla, quando troverai un lavoro aggiusteremo tutto, ma fino ad allora non ti preoccupare.”
Di Luca ricordavo solo la sofferenza di quella convivenza e le interminabili discussioni; avevo bisogno di troncare ogni rapporto con lui poiché era diventato troppo pericoloso. Stavo pensando come sarei potuta tornare a prendere le mie ultime cose, quando mi arrivò una sua chiamata. Non risposi. Da quel momento ci riprovò molte altre volte, io continuai a non rispondergli.
Ero andata in ufficio da Gianni per chiedergli i soldi che mi doveva. Sobbalzai, poiché vidi Luca che mi attendeva vicino la macchina. Per un attimo rimasi bloccata, ferma a guardarlo, temendo una sua aggressione. Risposi al suo sguardo insistente per chiedergli cosa volesse; i suoi occhi non tradivano alcuna emozione, freddi e impersonali. Non era più lui, almeno quello che io conoscevo. Sembrava posseduto da un demone, in uno stato di trance. Sentivo il mio respiro, tanta era la paura; mi guardai attorno ma in quel momento non passava alcuno. Faceva freddo e cadeva una pioggia sottile. Cosa avrei potuto fare? L’unica soluzione era tornare in ufficio da Gianni per chiedergli aiuto; inspirai profondamente per farmi coraggio e gli girai le spalle. Non feci in tempo a voltarmi che mi venne addosso con tutta la furia del suo odio, investita da pugni e calci; mi trascinò verso la sua macchina. Ebbi l’istinto solo di coprirmi il viso e la testa, piegandomi su me stessa senza riuscire a reagire. Sopraggiunse Gianni per togliermelo di dosso, ma si prese anche lui una buona dose di pugni tanto che cadde a terra.
“Non finisce qui, ti ammazzerò schifosa!” E se ne andò, minacciandomi.
Chiesi a me stessa quale parte oscura di lui avevo sottovalutato: un uomo che per anni avevo avuto come compagno; quali erano stati i segnali che io non avevo colto? In apparenza, era sembrato uno scorrere di vita “normale”, con qualche litigio, l’insoddisfazione che vivono molte coppie oggigiorno, mille ipotesi scontate, ripetute centinaia di volte e invece mi accorsi che ero stata assoggettata da quella aggressività maschile sottintesa, da un cosciente dominio passivo.
Era una situazione che non potevo più gestire da sola. Gianni, nonostante il nostro attrito precedente, mi diede il suo completo appoggio contro di lui e mi assecondò nella mia decisione di denunciarlo. Scoprii nelle due settimane successive, grazie alla denuncia fatta alla Polizia, che Luca aveva dei problemi di droga ed era nel giro della malavita. Queste rivelazioni mi consentirono di capire chi fosse davvero. La denuncia fu una maniera per allontanarlo in modo permanente.
Passarono molti mesi, il forte sentimento che provavo per Paolo non andava affievolendosi, ma, al contrario, continuavo a pensarlo con crescente intensità, immaginando dove potesse essere in quel momento; speravo di poterlo risentire. Non volevo, tuttavia, prendere alcuna iniziativa per contattarlo, nonostante si fossero creati i presupposti per frequentarci tranquillamente. Pensavo che la sua fosse stata solo una scusa, considerando che avesse anche una famiglia. Con Stella decidemmo di andare in Toscana per le vacanze estive. Avevamo prenotato in un agriturismo per rilassarci, immersi nella natura. Sarebbe dovuta essere una vacanza tranquilla, un bisogno assoluto di pace per dimenticare il dolore di tutte le vicende vissute. Provando un senso di lacerazione, come il cuore in una morsa, avevo capito di aver perso la voglia e la capacità di fidarmi e, chiudendomi a riccio, non permisi di condividere questa vacanza con alcun uomo. Volevo regalarmi nuove energie e nuovi sogni, escludendo qualsiasi avvicinamento da parte di individui di sesso maschile.
Mi rilassavo, distesa a prendere il sole assieme a Stella, quando sopraggiunse un messaggio sul cellulare “Ciao sono Paolo; ho saputo da Gianni quello che hai passato. Mi dispiace enormemente! Ti ho pensata tanto, ma mi è mancato il coraggio di cercarti. Qualsiasi cosa tu abbia bisogno, sappi che ci sarò sempre per te.” Invece di rispondergli, spensi il cellulare.
Stella mi guardò sorpresa domandandomi: “Ti senti male?”.
Anche se ero sopraffatta dall’emozione, non feci trapelare nulla e tranquillizzandola le dissi che avevo bisogno di serenità e di calma per riflettere. Stella si stupì ancora e confusa, mi disse di non riconoscermi più.
Sussurrando le risposi: “Sono proprio io, ho bisogno solo di liberarmi del passato. Non intendo più soffrire!”.
Gli occhi mi si velarono di lacrime e, sospirando, mi distesi di nuovo al sole. Passai tutte le vacanze sforzando di mostrarmi serena, ma dentro, avevo una gran voglia di piangere. Dopo quella esperienza, avevo riflettuto profondamente, raggiungendo una consapevolezza e ritrovando me stessa. Strano a credersi, volevo liberarmi di tutto e rifarmi una vita. Paolo era stato semplicemente un mezzo: il destino l’aveva messo sulla mia strada per attirare l’attenzione sulla difficile situazione che avevo con Luca. Avevo messo a tacere il mio cuore riconoscendo che pur essendo amore, era impossibile viverlo. Poteva sembrare davvero il ritratto di un angelo, venuto a salvarmi in un momento particolare della mia vita. Paolo non si fece più sentire dopo quel messaggio. Affannandomi invano a cercarlo nei miei ricordi, la mia intima speranza di ritrovarlo tormentava spesso il mio cuore. Ancora oggi mi riscopro a pensarlo con tenerezza: scritto, suggellato nella mia anima come il mio vero e unico amore.
Dopo quella storia fui ispirata a scrivere questa poesia:
L’amore
trascina con sé
l’illusione di esistere
come un’anima mortale
tra gli immortali.
La vera bellezza
è in ciò che non si vede,
ma in te la vedevo in rilievo.
Non passa giorno
che il mio cuore non ti ritrovi,
in uno scenario ipotetico
ti tenevo stretto tra le mie braccia.

© Adriana Mirando (immagine presa dal web)

Una casa inquietante (versione corta)

Abitavo in affitto in un piccolo appartamento nel centro di Torino. Il bisogno di un ambiente più spazioso stava diventando una necessità. Trovai un palazzo storico, stile liberty, dei primi del ‘900, al primo piano, c’erano ancora gli inquilini che vi abitavano. Mi accordai per un appuntamento. Emozionata, suonai il campanello. La porta si aprì lentamente, nella penombra intravedevo un uomo basso di statura.
«Buonasera… mi scusi, mi manda l’agenzia per vedere l’alloggio», dissi timidamente. Senza rispondermi l’uomo aprì un po’ di più la porta. Davanti a me apparve un individuo grottesco. Mi balzò subito agli occhi il naso grosso e spugnoso e la sua testa sproporzionata dal resto del corpo. Aveva dei capelli stopposi tutt’intorno alla calotta calva e lucida. Non aveva collo, incassato com’era, pareva fosse gobbo. Il suo sguardo sembrava avesse qualcosa di luciferino: le sopracciglia aggrottate rivelavano un animo introverso e scontroso, la sua espressione era alquanto minacciosa e diabolica. Qualcosa di ostile pervase l’atmosfera e nell’istante in cui lo fissai negli occhi mi percorse un brivido sulla schiena. Ricordo di aver pensato di avere di fronte uno gnomo maligno e pericoloso, figura inquietante e sinistra per l’ora, in quel palazzo che in quel momento sembrava deserto. Rimasi imbarazzata, sconcertata dal suo silenzio. La situazione pareva senza via d’uscita. Finalmente la porta si spalancò e con essa la luce, ospitandomi con un sorriso apparve la moglie. Ella ruppe quell’incantesimo salvandomi dall’inquietudine di quel momento. L’uomo curioso e sinistro tornò alla sua cena, sempre silenzioso, con lo sguardo cattivo rivolto verso di me. La signora, mettendomi a mio agio, mi chiese se avessi già cenato e preso un caffè. Era una coppia davvero singolare! Al contrario di lui, lei era solare e bendisposta. Chiesi di vedere comunque in tutta fretta le stanze e una volta fuori concordai con l’agenzia affinché fosse mia. Dimenticai per un po’ quell’incontro pensando che si trattasse solo di una bislacca esperienza fine a se stessa. In seguito mi dovetti ricredere. Fabrizio, un ragazzo che conoscevo dai tempi della scuola, mi venne in aiuto per il trasloco. Per circostanze diverse non avevamo mai approfondito, ma da quel momento avevamo continuato a vederci. Rientravamo dopo una serata passata in birreria. Sostammo per un attimo al pian terreno dove vi erano due alloggi, uno di fronte all’altro. Rispetto alle altre sere era piuttosto buio. Uno strano rumore in quell’istante ci fece sobbalzare: proveniva dall’appartamento destro.
«Qualcuno ci sta spiando!» disse Fabrizio.
Una strana percezione negativa pervase i miei sensi.
«Mi fai paura Angelica, sembri aver visto uno spettro! Cosa succede?»
«Sento qualcosa d’inquietante provenire da dietro quella porta!» replicai come se avessi avuto il dono della chiaroveggenza. Mi ripresi, pensando che l’atmosfera tetra dell’androne mi avesse condizionato. Lo guardai sorridendo per non spaventarlo e prendendolo per mano lo invitai a salire. La notte rimase a dormire con me ma, al mattino presto, se ne era già andato. Anch’io mi apprestavo a uscire per recarmi al lavoro. Un vocio agitato di più persone proveniva dall’androne, come un’eco. Scesi lentamente. C’era molta gente, tutta accalcata davanti alla rampa della scala.
«Signora Angelica sapesse cosa è successo questa notte! Una ragazza si è impiccata. Siamo tutti sconvolti». Era la proprietaria, padrona di tutto il condominio, che mi stava parlando. «L’hanno trovata appesa nel corridoio, davanti alla porta» continuò.
Rimasi impietrita. Non potevo crederci, era tutto vero. La sensazione che avevo provato la notte precedente in compagnia di Fabrizio era stata una premonizione. Il mio animo era agitato. Guardai i sigilli alla porta: avevano portato già via il cadavere. Ora era tutto in mano alle competenze giudiziarie.
«Spaventoso! Davvero terribile!» risposi scioccata. Salutai tutti senza riuscire a cambiare la mia espressione turbata.
Il pensiero di quel fatto mi accompagnò per molto tempo eppure altri avvenimenti oscuri e contorti stavano per accadere. Quando Fabrizio non si fermava a dormire con me, avevo paura. La notte mi addormentavo davanti al televisore acceso per non sentire altri rumori. Una sera litigammo aspramente, tant’è che se ne andò sbattendo la porta. Adirata, gli tirai un disco dietro: era il regalo che mi aveva fatto quella sera stessa. Scoppiai a piangere e lo raccolsi sperando di non averlo rotto ed entrai nello studio. Sentii alle mie spalle un movimento, uno spostamento d’aria e un respiro profondo che mi fece letteralmente gelare il sangue. Mi tremarono le ginocchia senza riuscire a muovermi per scappare. In quel momento si spensero tutte le luci. A quel punto mi precipitai fuori e poi giù per le scale. Mi trovai in strada. Terrorizzata, guardai il mio balcone: era tutto buio. A chi chiedere aiuto? L’unica speranza era che qualcuno aprisse il portone. Finalmente Gilberto, l’inquilino del piano di sopra, scese e aprì.
«Angelica, hai lasciato aperta la porta di casa».
«Sono uscita di corsa per telefonare. Potresti accompagnarmi? Ho paura che nel frattempo qualcuno sia entrato!»
«Ma certo!»
Trovai tutto buio ma era solo saltato il salvavita. Tirai un sospiro di sollievo. Nulla faceva presagire che fosse successo qualcosa.
«Bene! Vedo che sei sollevata! Ora devo andare», disse baciandomi teneramente la guancia. Lo abbracciai come segno della mia gratitudine. Se ne andò salutandomi con un sorriso. Mi domandavo che impressione potevo avergli fatto. Non ero nemmeno in ordine come al mio solito, eppure mi aveva guardato con interesse. All’improvviso mi ritornò in mente la brutta esperienza paranormale. Cominciai a ispezionare tutte le stanze, gli angoli, soffermandomi ad ascoltare ogni rumore. Quella notte la passai praticamente insonne. Mi mancava Fabrizio, da quella sera non si era fatto più sentire; cominciavo a preoccuparmi. Non potevo credere che fosse finito tutto tra noi. Al telefono non rispondeva, a casa sua non c’era, era letteralmente scomparso. Una sera Gilberto venne a trovarmi, il motivo della sua visita si rivelò completamente diverso dalle mie aspettative. Senza salutare mi porse un giornale.
«Ma questo non era il tuo ragazzo?» chiese.
Era lui, Fabrizio. C’era la sua foto. Era morto in un incidente stradale proprio la sera del nostro litigio. Non potevo crederci, rimasi sconvolta.
«Angelica pensavo lo sapessi! Non ero sicuro si trattasse di lui. Mi dispiace!»
Scoppiai a piangere. Gilberto dispiaciuto mi strinse tra le sue braccia lasciandomi solo dopo essermi calmata. Fabrizio non lo avrei mai più rivisto, nemmeno gli avrei più potuto dire quanto lo amassi. Dopo quella circostanza Gilberto sparì per molto tempo. Conobbi nel frattempo Rosanna, tra noi fu subito simpatia. Cercava una ragazza per condividere le spese, giusto l’occasione che desideravo, così decidemmo di vivere insieme. Quando si assentò per un weekend passai tutta la notte senza riuscire a riposare bene. Tra le tapparelle cominciò a diffondersi la luce del mattino, girandomi su un fianco riprovai a riposare. Credevo di essere nel dormiveglia, il mio stato di coscienza mi permetteva di vedere la stanza, tuttavia ero incapace di muovermi, di parlare, non potevo reagire nonostante i miei sforzi per farlo. Qualcuno era nel letto con me. Mi strinse in un abbraccio e cominciò a parlarmi. Riuscii a liberarmi di quella presenza solo dopo aver sentito suonare il campanello della porta. Era Gilberto. Gli buttai le braccia al collo e con voce strozzata dalla paura proferii a malapena «Lì! Lì! Nel letto! C’è qualcuno!»
«Angelica calmati! Cosa succede?» Mi guardava attonito, ma andò a vedere… «Qui non c’è nessuno! Sicura che tu non abbia sognato?»
Capii che non mi avrebbe creduto, lasciai correre senza insistere. «Scusami, faccio sempre brutti sogni.»
«Ti credo, del resto con quello che hai passato era prevedibile un po’ di stress.» Mi venne vicino e mi toccò i capelli. Lo scansai infastidita. Mi prese di scatto, facendomi male al braccio.
«Lo so che ti piaccio! Lasciati andare!»
«Smettila bastardo!» mordendogli la guancia. Lanciò un grido di dolore tirandomi uno schiaffo in pieno viso.
«Angelica perdonami! Non so cosa mi abbia preso», disse toccandosi la guancia dolorante e rammaricandosi di ciò che aveva fatto.
«Fammi vedere!» gli dissi come fosse successo tutto a qualcun’altra. Per fortuna era solo un piccolo taglio. «Perdonami tu!» gli risposi. Mi abbracciò stringendomi forte.
«È stata colpa mia, dolcezza!»
Restammo in silenzio coccolandoci. Non esistevano più tensioni tra noi, sentivamo solo una morbosa attrazione, desiderosi di trovare il piacere nei nostri corpi. Tutte le ombre oscure si persero tra quelle lenzuola: affioravano solo le espressioni del mio amante. I suoi occhi verdi e le sue labbra carnose mi cercavano avidamente come un fuoco divoratore. Mi legò al letto. Conobbi il piacere di chi ama le arti della seduzione e della sensualità. C’era qualcosa di diabolico e di angelico in lui, oppure incarnava esattamente i miei pensieri più reconditi. La luce filtrava dalle tapparelle illuminando il suo corpo atletico che si muoveva come in una danza. Non so cosa fosse successo perché mi svegliai svestita senza di lui, ancora legata alle sbarre del letto.
Provai a liberarmi ma non riuscivo che a farmi male, la situazione cominciava a spaventarmi. Ero confusa, angosciata, stavo per perdere il controllo. Sentii aprire la porta d’ingresso. «Gilberto sei tu?» La porta della mia camera era aperta per metà e nella posizione in cui mi trovavo, non riuscivo a scorgere nessuno. Il panico mi fece perdere il controllo, cominciai a piangere e chiedere aiuto. Avvertivo un senso di nausea, come se fossi stata drogata. Sentii ancora bisbigliare dietro la porta. «Chi c’è?» urlai a gran voce. Nessuno rispondeva. Pensavo a Gilberto, a cosa gli potesse essere accaduto. Ero confusa poiché non ricordavo nulla. Tutto faceva presagire a qualcosa di contorto. Sembrava una situazione kafkiana in cui tutto è paradossalmente angosciante e senza logica. Dovevo solo più aspettare che la mia amica tornasse o che Gilberto sbucasse fuori. Mi ero nuovamente addormentata perché Rosanna era lì davanti a me che cercava di svegliarmi. Mi chiese preoccupata cosa fosse successo. Facevo fatica a riprendermi, ero in uno stato confusionale. Le raccontai tutto e insieme decidemmo di andare su da Gilberto per capire che fine avesse fatto. Stavano portando via i mobili, ma egli non c’era. Cominciai a indagare. Seppi solo una settimana più tardi che Gilberto era finito in carcere, coinvolto in un omicidio. Appresi sconcertata che faceva parte di un gruppo esoterico satanista. Pensai a tutto ciò che mi era successo da quando avevo trovato quella casa. La sua influenza non poteva che essere negativa. Un ultimo episodio raccapricciante ci fece decidere di andare via. Una donna all’ultimo piano dello stabile si buttò dal balcone. Sul giornale era scritto che da qualche tempo si sentiva perseguitata da demoni e spettri. Qualcuno quel giorno la vide ridere prima di buttarsi. Ormai mi convincevo sempre di più che il palazzo era posseduto da forze oscure e spaventose. Tra le pareti di quel vecchio condominio si praticavano senz’altro sedute spiritiche: questo è ciò che rivelavano i discorsi di alcuni condomini. Non so se facesse parte di un disegno, per me era un viaggio nell’ignoto. Nulla potevo spiegarmi razionalmente ma ciò che pensavo è che si trattasse di un segreto esoterico con, forse, un anagramma da scoprire. Considerando gli accadimenti io e la mia amica fummo contente di abbandonare quell’appartamento. Portammo con noi solo i nostri vestiti lasciando lì molti oggetti. Di Gilberto non seppi più nulla ma, lo penso ancora con malinconico desiderio. Dicono che le case abbiano memoria e assorbano le energie negative di quelli che vi abitano. Dopo quella inquietante esperienza optammo per una casa di recente costruzione.

© Adriana Mirando (immagine presa dal web)

Una casa inquietante

Da qualche anno vivevo sola. Abitavo in affitto in un piccolo appartamento nel centro di Torino. Essendo un’artista, le tele, e altri materiali simili, erano divenuti ingombranti per quel piccolo contesto in cui vivevo, pertanto, avevo bisogno di un ambiente più spazioso. Finalmente, dopo qualche ricerca, trovai un appartamento in un palazzo storico in stile liberty: centoquindici metri quadri, al primo piano. Ero impaziente di vederlo poiché era ammobiliato e aveva degli armadi a muro a nicchia, un desiderio che avevo dai tempi in cui vivevo con mia nonna: quel gusto di antico, quel pezzo di storia che risale a un tempo lontano della mia infanzia. L’agenzia mi mandò a vederlo. C’erano ancora gli inquilini che vi abitavano. Mi accordai per un appuntamento. Ero emozionata, non stavo nella pelle. Suonai puntuale il campanello. La porta si aprì a malapena, nella penombra scorsi un uomo basso di statura.
“Buonasera… mi scusi, mi manda l’agenzia per vedere l’alloggio” dissi timidamente.
Senza rispondermi e con riluttanza, l’uomo, aprì un po’di più la porta. Mi apparve davanti un individuo grottesco. Mi balzò subito agli occhi la sua testa, sproporzionata rispetto al resto del corpo e il suo naso, grosso e spugnoso. Aveva dei capelli stopposi tutt’intorno alla calotta calva e lucida. Non aveva collo, incassato com’era, pareva fosse gobbo. Il suo sguardo sembrava avesse qualcosa di luciferino: le sopracciglia aggrottate rivelavano un animo introverso e scontroso, la sua espressione era alquanto minacciosa e diabolica. Ricordo di aver pensato di avere di fronte uno gnomo maligno e pericoloso, figura inquietante e sinistra per l’ora, in quel palazzo che in quel momento sembrava deserto. Qualcosa di ostile pervase l’atmosfera e, nell’istante in cui lo fissai negli occhi, mi percorse un brivido sulla schiena; non era stato certo il primo freddo autunnale a farmelo venire. Per un attimo rimasi nell’imbarazzo, sconcertata dal suo silenzio. “Non vuole farmi entrare”, pensai, “come venirne fuori?” La situazione sembrava senza via d’uscita. Ma ecco che finalmente la porta si spalancò e con essa la luce; ospitandomi con un sorriso comparve la moglie. Sì, la donna ruppe quell’incantesimo o il malocchio, avrebbe detto qualcuno. Mi aveva salvata da una situazione sgradevole e dall’inquietudine di quel momento. L’uomo curioso e sinistro tornò alla sua cena, sempre silenzioso e con lo sguardo cattivo rivolto verso di me; io presi le distanze da lui continuando a osservarlo. La signora, mettendomi a mio agio, mi chiese se avessi già cenato e preso un caffè. Era una coppia davvero singolare! Lei era alta e formosa, somigliava a quelle donne romagnole di una volta e anche dal suo accento, mi sembrava proprio di quelle parti. Al contrario del marito, lei era solare e bendisposta, ma comunque non ero più a mio agio. Tutto quell’entusiasmo che avevo prima di arrivare stava letteralmente scomparendo. Cercai di ricompormi pensando al motivo per il quale mi trovavo lì. Chiesi di vedere in tutta fretta le stanze e uscii da quella casa senza ricordarmi bene cosa avessi visto. Una volta fuori tralasciai ogni pensiero e, alla fine, concordai con l’agenzia perché fosse mia. Dimenticai per un po’ quell’incontro, pensando che si trattasse solo di una bislacca esperienza fine a sé stessa, senza nessuna relazione con la casa, ma in seguito mi dovetti ricredere. Tutte le circostanze in cui mi venni a trovare mi portarono a capire che quell’appartamento e, forse anche tutto il palazzo, avevano un’influenza diabolica e spettrale. Cominciai con il frenetico trasloco. Fabrizio, un ragazzo che conoscevo dai tempi della scuola, mi venne in aiuto. La nostra era una conoscenza che, inizialmente, per circostanze diverse, non avevamo mai approfondito; in seguito ci eravamo ritrovati un pomeriggio estivo in piscina e da quel momento avevamo continuato a vederci. Ci stavamo innamorando.
Una sera, dopo essere stati in birreria, rientrammo a casa insieme, dato che, come succedeva negli ultimi tempi, lui si fermava a dormire da me. Appena entrati però, qualcosa catturò la nostra attenzione: la luce dell’androne del condominio era più fioca rispetto a quella dei piani superiori, rendendo l’ambiente piuttosto buio. Guardammo in alto e notammo una farfalla imprigionata dentro la plafoniera: non smetteva di sbattere le ali nel disperato tentativo di liberarsi.
Uno strano rumore in quell’istante ci fece sobbalzare, proveniva dall’appartamento destro.
“Qualcuno ci sta spiando!” disse Fabrizio.
Una strana percezione negativa pervase i miei sensi. Un brivido scosse tutto il mio corpo.
“No, tesoro. Sento qualcosa d’inquietante provenire da dietro quella porta!” replicai, come avessi avuto il dono della chiaroveggenza.
Mi avvicinai per sentire o avvertire chissà quale altro segnale. Mi sembrò di vedere sdoppiarsi la porta.
“Mi fai paura Angelica, sembri aver visto uno spettro! Sei pallida! Che cosa succede?” mi disse turbato. Non seppi spiegarmi quel presentimento e la visione. Ero sconvolta, non mi era mai capitato prima d’allora.
Per non spaventarlo lo rassicurai: “No, nulla tesoro, scusa! Sarà stata suggestione.”
“Che fatto stravagante”. Forse era tutto frutto della mia fantasia, oppure aveva ragione lui… qualcuno ci stava spiando e, inavvertitamente, era caduto facendo molto rumore. L’atmosfera tetra dell’androne mi aveva condizionato. Mi ripresi. Lo guardai sorridendo e afferrandolo per una mano lo invitai a salire. La nostra fu una splendida e romantica serata. La notte rimase a dormire con me, ma al mattino presto lui se ne era già andato. Anch’io mi apprestavo a uscire per recarmi al lavoro. Un vocio agitato di più persone proveniva dall’androne, come un’eco. Scesi lentamente. C’era molta gente, tutta accalcata davanti alla rampa della scala.
“Signora Angelica sapesse cosa è successo questa notte! Una ragazza si è impiccata. Siamo tutti sconvolti!” Era la proprietaria, padrona di tutto il condominio, che mi stava parlando “L’hanno trovata appesa nel corridoio, davanti alla porta.”
Rimasi impietrita. Non potevo crederci: era tutto vero! “Ma, allora la sensazione che avevo provato la notte precedente in compagnia di Fabrizio, non era stata suggestione!” Nonostante mi sforzassi di capire, i miei pensieri rimanevano confusi. Non seppi proprio darmi una spiegazione logica o un minimo soddisfacente di quella premonizione, rimasi tuttavia incuriosita e spaventata. Inoltre il mio animo era agitato, come se mi sentissi inspiegabilmente responsabile per non aver fatto qualcosa affinché non accadesse un fatto così triste e terribile. Guardai i sigilli alla porta: avevano portato già via il cadavere. Ora era tutto in mano alle competenze giudiziarie.
“Spaventoso! Davvero terribile!” risposi scioccata.
Come avrei potuto spiegarle quello che avevo intuito? Oltretutto non era saggio parlare di ciò che mi era accaduto a persone che non conoscevo. Salutai tutti senza riuscire a cambiare la mia espressione turbata e me ne andai al lavoro. Anche Fabrizio rimase sconvolto dall’accaduto. Non accennò mai a quella sera, a ciò che avevamo vissuto insieme e io contribuii a mantenere il riserbo. Il pensiero di quel fatto mi accompagnò per molto tempo. Non fu l’unico e isolato aneddoto inquietante; altri avvenimenti oscuri e contorti stavano per accadere. Quando Fabrizio non si fermava a dormire con me, avevo paura. La notte mi addormentavo davanti al televisore acceso per non sentire altri rumori; nell’ingresso avevo messo una presa illuminata notturna. Una sera litigammo aspramente, tant’è che se ne andò sbattendo la porta. Adirata, gli tirai un disco dietro: era il regalo che mi aveva fatto quella sera stessa. Scoppiai a piangere. Lo raccolsi sperando di non averlo rotto ed entrai nello studio per metterlo sul giradischi. Sentii alle mie spalle un movimento, uno spostamento d’aria e un respiro profondo che mi fece letteralmente gelare il sangue. No, non era stata un’impressione. Mi tremarono le ginocchia, ma ero come bloccata; non riuscivo a muovermi per scappare, nemmeno un grido per la paura. In quel momento si spensero tutte le luci. Finalmente mi sbloccai da quella paralisi momentanea precipitandomi fuori e poi giù per le scale. Mi trovai in strada. Terrorizzata, guardai il mio balcone: era tutto buio. Come potevo ritornare in casa? A chi potevo chiedere aiuto? L’unica persona che mi venne in mente fu Fabrizio, dovevo telefonargli e sperare che mi rispondesse. Erano tempi, quelli, in cui non esistevano i cellulari. Andai al bar all’angolo, da Pino. Agitata, gli chiesi di telefonare.
“Angelica, cosa è successo?” mi guardò preoccupato.
Indossavo solo la tuta e le pantofole, così vestita e con quel freddo non potevo che suscitare perplessità, e chissà che faccia sconvolta avevo: ero ancora sotto shock. Tuttavia non potevo nascondermi, ero costretta a far sembrare tutto normale.
“Scusami, Pino, ma il mio ragazzo si è portato via le mie chiavi e ho bisogno che torni indietro, altrimenti rimango fuori.”
Era una bugia, ma non potevo certo dirgli che avevo dei fantasmi o delle presenze inquietanti in casa. Sinceramente, non ci avrei creduto nemmeno io.
“Certo cara, telefona pure. Sono cose che succedono.”
Lo chiamai, ma non rispose. Aspettai qualche minuto e riprovai, ma senza risultato. Salutai il ragazzo del bar, ringraziandolo. Mi feci coraggio e ripresi la strada di casa. Dovetti aspettare un bel po’ prima che qualcuno mi aprisse il portone. Finalmente Gilberto, l’inquilino del piano di sopra, scese e mi aprì.
“Angelica, hai lasciato la porta di casa aperta.”
“Avevo un’urgenza. Sono uscita di corsa per telefonare. Forse nella distrazione devo aver dimenticato di chiudere. Potresti accompagnarmi? Ho paura che magari nel frattempo qualcuno sia entrato!”
“Ma certo! Tanto stavo uscendo per raggiungere i miei amici.”
Mi sentii subito sollevata. C’era la porta spalancata ed era ancora tutto buio. Provai ad accendere le luci, ma niente.
“Sarà saltato il salvavita. Gilberto, ti prego, vieni con me in cantina?” egli annuì con un sorriso.
Non avrei mai sperato in così tanta fortuna.
“Sì, è saltato il contatore”, confermò Gilberto.
Tirai un sospiro di sollievo. Tornammo sopra. Tutto era esattamente al proprio posto. Nulla faceva presagire che fosse successo qualcosa.
“Bene! Vedo che sei più tranquilla! Ora devo andare.”
“Certo, vai pure.”
Ero davvero contenta che un angelo travestito da vicino fosse venuto in mio soccorso.
“Quando hai bisogno puoi venire a cercarmi, io ci sarò sempre per te” disse baciandomi la guancia.
Mi sembrò inopportuno quel bacio, ma non lo rifiutai; lo abbracciai a mia volta, come segno della mia riconoscenza. In fondo mi aveva aiutata in una situazione drammatica e complicata, alla stregua di un film horror. Se ne andò salutandomi con un cenno della mano e un sorriso soddisfatto. Mi domandavo che impressione potessi avergli fatto. Non ero nemmeno in ordine come al solito, anzi. Mi sentivo una caricatura: con il trucco disfatto per aver pianto, e con la tuta. Non ero una gran bellezza, eppure mi aveva guardata con interesse. “Cosa avrei fatto se lo avessi incontrato di nuovo?” “E se in seguito mi avesse chiesto di uscire con lui?” Facevo dei pensieri idioti! Ecco che all’improvviso mi ritornò in mente la brutta esperienza paranormale. La realtà prese il sopravvento. Lo shock era passato ma il turbamento no. Cominciai a ispezionare tutte le stanze, gli angoli, e mi soffermai ad ascoltare ogni rumore. Avvertivo solo le macchine rombanti per la strada e qualcuno che scendeva e saliva per le scale: il palazzo era privo di ascensore. Passai quella notte praticamente insonne, sentii addirittura rincasare Gilberto: erano le quattro di mattina. Era diventato ancora più angosciante dormire da sola. Decisi di mettere un annuncio per condividere la casa con qualcuno. Mi mancava Fabrizio; da quella sera non si era più fatto sentire: cominciavo a preoccuparmi. Non potevo credere che fosse finito tutto tra noi per una sciocca incomprensione. Andai a cercarlo anche se temevo, in cuor mio, un suo rifiuto nel rivedermi. A casa sua non c’era, al telefono non rispondeva: era letteralmente scomparso. Forse avevo aspettato troppo a cercarlo e ora chissà dov’era finito. Mi assalì un’ansia insolita. Avvertii un’altra sensazione negativa. Non avendo amici in comune dovetti rassegnarmi a non cercarlo più. Mi sforzai di non pensarlo immergendomi a capofitto nell’arte. Presi parte a delle collettive e, a un circolo di artisti, conobbi Rosanna. Era anche lei alla ricerca di una compagna per condividere le spese, così le proposi di trasferirsi da me. Eravamo molto simili, anche fisicamente. Tra noi ci fu subito una grande complicità e vivere con lei mi tolse molte insicurezze. Non incontravo più Gilberto. Mi era capitato di vederlo giusto un paio di volte di sfuggita e c’eravamo salutati frettolosamente. Con mia sorpresa una sera suonò alla porta. Rosanna era a una fiera e sarebbe tornata tardi. Ero contenta di rivederlo, ma il motivo della sua visita si rivelò completamente diverso dalle mie aspettative. Senza salutarmi mi porse un giornale.
“Ma questo non era il tuo ragazzo?”
Era lui, Fabrizio. C’era la sua foto. Era morto in un incidente stradale, schiantandosi con la macchina contro un platano. Era morto sul colpo, proprio la sera dopo il nostro litigio. Continuavo a leggere e non mi sembrava reale. Era sicuramente tutto un brutto sogno dal quale mi sarei risvegliata.
“Angelica, mi dispiace! Pensavo lo sapessi! Ero venuto per accertarmi, l’avevo visto un po’ di volte ma non ero tanto sicuro che si trattasse di lui. Davvero, mi dispiace!”
Scoppiai a piangere. Gilberto era imbarazzato e sconvolto allo stesso tempo. Forse si era anche pentito di avermi comunicato la notizia. Mi strinse tra le sue braccia.
Mi portò sul divano e cominciò ad accarezzarmi: “Va un po’ meglio ora?”
Come potevo stare meglio? C’eravamo lasciati male e ora non potevo più chiedergli scusa e nemmeno dirgli quanto lo amassi. Fabrizio non lo avrei mai più rivisto, era morto. Alzai il viso e guardai Gilberto negli occhi: “Non ne hai colpa, non potevi saperlo. Anzi, desideravo avere sue notizie; mi hai tolto ogni dubbio”. Gli confidai, così, tutto quello che era successo, del litigio, di come c’eravamo lasciati. Parlammo tutta la sera fino all’arrivo di Rosanna. Era stato piacevolmente tenero e credevo di piacergli. Dopo quella sera passò di nuovo molto tempo senza più incontrarlo; nemmeno io lo cercai, eppure abitava un piano sopra il mio. Qualche tempo dopo Rosanna partì con il suo ragazzo per un weekend in montagna. Era domenica ed ero stanchissima, avevo passato tutta la notte senza riuscire a riposare bene. Dalle tapparelle filtrava già la luce del mattino ma, non avendo impegni, rimasi nel letto a poltrire. Non aspettavo nessuno, per cui mi rilassai e girandomi su un fianco riprovai a dormire. Credevo di essere nel dormiveglia ma il mio stato di coscienza mi permetteva di vedere la stanza, tuttavia ero incapace di muovermi, di parlare, mi sentivo impotente, non potevo reagire nonostante i miei sforzi per farlo. Qualcuno era nel letto con me. Mi strinse in un abbraccio e cominciò a parlarmi.
Nonostante la voce fosse rassicurante, cercai di liberarmi di quella presenza. Riuscii a saltare giù dal letto solo dopo aver sentito suonare il campanello della porta. Mi precipitai ad aprire. Era Gilberto. Gli buttai le braccia al collo e con voce strozzata dalla paura, proferii a malapena: “Lì! Lì! Nel letto! C’è qualcuno!”
“Angelica, calmati! Cosa succede?” disse guardandomi attonito. Incuriosito andò a vedere… “Ma qui non c’è nessuno! Sei sicura che tu non abbia sognato?”
Capii che non mi avrebbe creduto. Lasciai correre e non insistetti. “Sì, forse è stato un incubo!” Mi ripresi e chiesi il motivo della sua visita.
“Volevo invitarti a una serata tra amici e presentarti un po’ di gente simpatica. Ci divertiremo! Sei sempre a casa, stare tra la gente ti farà bene! Da quando hai saputo di Fabrizio, non sei più uscita.”
Mi domandai come facesse a sapere che non uscissi da tanto, considerando che non lo vedevo mai. Mi sembrò strano. C’era nell’aria una palpabile situazione d’imbarazzo.
“Gilberto, gradisci qualcosa da bere? Scusami per prima, la notte dormo poco, spesso ho incubi, ma ora è tutto passato.”
“Ti credo, del resto con quello che ti è successo, era prevedibile un po’ di stress.” Mi venne vicino e mi toccò i capelli. “Come sei bella!” provando a darmi un bacio. Lo scansai infastidita. Non so per quale motivo, ma non mi piaceva la situazione. Mi prese di scatto, facendomi male al braccio. Non volle lasciarmi nemmeno al mio grido di dolore.
“Lo so che ti piaccio! Lasciati andare!”
“Lasciami bastardo!” Gli morsi la guancia senza rendermi conto di ciò che stessi facendo. Lanciò un grido e mi tirò uno schiaffo in pieno viso. Non ci potevo credere. “Gilberto che tentava di prendermi con la forza e io che potevo fargli davvero male!”
“Scusami Angelica. Perdonami! Non so cosa mi abbia preso! Non ho mai fatto nulla del genere con nessuna”, disse toccandosi la guancia dolorante.
“Fammi vedere …ti esce del sangue! Vieni, ti disinfetto.”
Lo presi con dolcezza come fosse accaduto a qualcun’altra. Per fortuna era solo un piccolo taglio. “Perdonami tu!” gli dissi. Mi abbracciò e mi strinse forte.
“È stata colpa mia, dolcezza. Mi passerà!”
Restammo in silenzio e ci coccolammo come se non fosse successo nulla. Non esistevano più tensioni tra noi. Era una comunione di effusioni, di reciproco possesso, desiderosi di trovare il piacere nei nostri corpi. Avevo cancellato completamente il mio incontro ravvicinato con lo “spirito”. Tutte le mie ombre oscure si persero tra quelle lenzuola; affioravano solo le espressioni del mio amante. I suoi occhi verdi e le sue labbra carnose mi cercavano avidamente come un fuoco divoratore. Mi legò al letto. Conobbi il perverso piacere di chi ama le arti della seduzione e dell’erotismo. C’era qualcosa di diabolico e di angelico in lui, oppure incarnava esattamente i miei pensieri più reconditi. La luce filtrava dalle tapparelle illuminando il suo corpo atletico che si muoveva come in una danza. Era caldo e lo sentivo scivolare dentro di me, inebriandomi di piacere. Non so cosa fosse successo perché mi svegliai nuda senza di lui, ancora legata alle sbarre del letto.
Provai a slegarmi ma non riuscivo che a farmi male. Guardai l’orologio: erano le tre del pomeriggio e la situazione cominciava a spaventarmi. Faceva freddo e fuori cominciava a piovere. Dovevo urlare o aspettare che tornasse Rosanna? Dov’era finito Gilberto? Ero confusa e angosciata, stavo per perdere il controllo. Sentii aprire la porta d’ingresso. “Gilberto, sei tu?” nessuno rispose. Avvertivo dei rumori come di qualcuno che camminava lungo il corridoio. La porta della mia camera era aperta per metà e nella posizione in cui mi trovavo, non riuscivo a scorgere nessuno. Il panico mi prese letteralmente alla gola. Avevo un senso di nausea, avvertivo un malessere generale come se fossi stata drogata. Sentii bisbigliare dietro la porta, qualcuno stava parlando sottovoce. “Chi c’è?” urlai a gran voce. Nessuno rispose. La situazione era ambigua, forse qualcuno era lì per farmi del male. Era un pensiero legittimo! Piantai un urlo con tutto il fiato che avevo in gola. Cominciai a piangere e a chiedere aiuto. Pensavo a Gilberto, a cosa gli potesse essere successo. Ero confusa poiché non ricordavo nulla; l’ultima scena nella mia memoria era di noi che facevamo l’amore. Tutto faceva presagire a qualcosa di contorto. Sembrava una situazione kafkiana in cui tutto è paradossalmente angosciante e senza logica. Era strano, tutto molto strano, le mie urla non avevano allarmato nessuno. Dovevo solo aspettare che la mia amica tornasse o che Gilberto sbucasse da chissà dove. Rimasi così per molto tempo. Mi ero nuovamente addormentata perché Rosanna era lì davanti a me che cercava di svegliarmi. Mi chiese preoccupata cosa fosse accaduto. Facevo fatica a riprendermi, ero in uno stato confusionale. Mi slegò e mi coprì. Le raccontai tutto e insieme decidemmo di andare su da Gilberto per capire che fine avesse fatto. Non rispondeva nessuno, nemmeno un rumore. Rosanna si arrabbiò moltissimo con me perché non avrei dovuto far l’amore con un uomo che conoscevo appena. Solo una settimana più tardi cominciai a sentire dei forti rumori provenire dal piano di sopra, come se fosse tornato. Andai a vedere, stavano portando via i mobili, ma lui non c’era. Altri al suo posto stavano facendo il trasloco. Chiesi sue notizie ma nessuno sapeva darmi informazioni. Era un mistero che andava risolto. Non potevo e non volevo lasciar correre come avevo fatto con Fabrizio e cominciai a chiedere ai miei vicini e poi alla padrona di casa. Seppi che Gilberto era finito in carcere perché coinvolto in un omicidio. Appresi, sconcertata, che faceva parte di un gruppo esoterico satanista. Pensai a tutto ciò che mi era successo da quando avevo trovato quella casa. La sua influenza non poteva che essere negativa e comunque desideravo andarmene, cercare un altro appartamento. Rosanna era d’accordo. Avevamo deciso di dormire insieme nel letto matrimoniale poiché, in seguito ad alcuni rumori e altri fatti inspiegabili, entrambe avevamo iniziato ad avere incubi spaventosi. Una notte sentii tremare il letto, pensai fosse il terremoto. Accesi la luce, erano le tre. Rosanna non mi era più accanto, il lampadario non oscillava. Mi alzai e andai a vedere dove fosse finita. Accesi le luci della sua camera: lei era in piedi sul letto come sospesa, aveva un’espressione catatonica, guardava fissa in un punto. Non ci potevo credere, era stranamente in punta di piedi sul letto morbido. Raccapricciante! No, non era lei! Gridai: “Rosanna!” Ella precipitò sul letto come svenuta. “Rosanna, stai bene?” Temendo si fosse fatta male cadendo. Mi abbracciò forte e scoppiò in un pianto liberatorio. La lasciai sfogare senza dirle più nulla. Era stata un’esperienza di levitazione. Quell’episodio mi fece pensare che nella casa si nascondesse un segreto esoterico, forse con un anagramma da scoprire. Non so se facesse tutto parte di un disegno; per me era un viaggio nell’ignoto. Nulla potevo spiegarmi razionalmente. Il mio scetticismo iniziale mi portò in seguito a cambiare idea su tali avvenimenti. Un’energia strana e misteriosa mi portava da una parte a interrogarmi, dall’altra a rifuggire da ciò che mi sembrava oscuro e potente. Nel desiderio di trovare una spiegazione a tutto questo, volli indagare e temporeggiai con Rosanna nel trovare una nuova casa. Un ultimo fatto grave mi fece ripensare e interrompere ogni ulteriore indagine. Una donna all’ultimo piano dello stabile si buttò dal balcone: un altro suicidio nel giro di un anno e mezzo. Il tragico evento suscitò scalpore. Ormai mi convincevo sempre di più che non si trattasse di un caso: il palazzo era posseduto da forze oscure e spaventose. Tra le pareti di quel vecchio condominio si praticavano senz’altro sedute spiritiche: questo è ciò che rivelavano i discorsi di alcuni inquilini. Sul giornale era scritto che la donna da qualche tempo si sentiva perseguitata da demoni e spettri. Qualcuno, quel giorno, la vide ridere prima di buttarsi. Considerando gli accadimenti, io e la mia amica, fummo costrette ad abbandonare quell’appartamento. Portammo con noi solo i vestiti lasciando lì molti oggetti. Di Gilberto non seppi più nulla ma, nonostante tutto, penso a lui ancora con malinconico desiderio. Dicono che le case abbiano memoria e assorbano le energie negative di quelli che vi abitano; dopo quella inquietante esperienza, Rosanna e io optammo per una casa di recente costruzione.

© Adriana Mirando