Una casa inquietante

Da qualche anno vivevo sola. Abitavo in affitto in un piccolo appartamento nel centro di Torino. Essendo un’artista, le tele, e altri materiali simili, erano divenuti ingombranti per quel piccolo contesto in cui vivevo, pertanto, avevo bisogno di un ambiente più spazioso. Finalmente, dopo qualche ricerca, trovai un appartamento in un palazzo storico in stile liberty: centoquindici metri quadri, al primo piano. Ero impaziente di vederlo poiché era ammobiliato e aveva degli armadi a muro a nicchia, un desiderio che avevo dai tempi in cui vivevo con mia nonna: quel gusto di antico, quel pezzo di storia che risale a un tempo lontano della mia infanzia.
L’agenzia mi mandò a vederlo. C’erano ancora gli inquilini che vi abitavano. Mi accordai per un appuntamento. Ero emozionata, non stavo nella pelle. Suonai puntuale il campanello. La porta si aprì a malapena, nella penombra scorsi un uomo basso di statura.
«Buonasera… mi scusi, mi manda l’agenzia per vedere l’alloggio» dissi timidamente.
Senza rispondermi e con riluttanza, l’uomo, aprì un po’di più la porta. Mi apparve davanti un individuo grottesco. Mi balzò subito agli occhi la sua testa, sproporzionata rispetto al resto del corpo e il suo naso, grosso e spugnoso. Aveva dei capelli stopposi tutt’intorno alla calotta calva e lucida. Non aveva collo, incassato com’era, pareva fosse gobbo. Il suo sguardo sembrava avesse qualcosa di luciferino: le sopracciglia aggrottate rivelavano un animo introverso e scontroso, la sua espressione era alquanto minacciosa e diabolica. Ricordo di aver pensato di avere di fronte uno gnomo maligno e pericoloso, figura inquietante e sinistra per l’ora, in quel palazzo che in quel momento sembrava deserto. Qualcosa di ostile pervase l’atmosfera e, nell’istante in cui lo fissai negli occhi, mi percorse un brivido sulla schiena; non era stato certo il primo freddo autunnale a farmelo venire. Per un attimo rimasi nell’imbarazzo, sconcertata dal suo silenzio. “Non vuole farmi entrare” pensai, “Come venirne fuori?” La situazione sembrava senza via d’uscita. Ma ecco che finalmente la porta si spalancò e con essa la luce; ospitandomi con un sorriso comparve la moglie. Sì, la donna ruppe quell’incantesimo o il malocchio, avrebbe detto qualcuno. Mi aveva salvata da una situazione sgradevole e dall’inquietudine di quel momento. L’uomo curioso e sinistro tornò alla sua cena, sempre silenzioso e con lo sguardo cattivo rivolto verso di me; io presi le distanze da lui continuando a osservarlo.
La signora, mettendomi a mio agio, mi chiese se avessi già cenato e preso un caffè. Era una coppia davvero singolare! Lei era alta e formosa, somigliava a quelle donne romagnole di una volta e anche dal suo accento, mi sembrava proprio di quelle parti. Al contrario del marito, lei era solare e bendisposta, ma comunque non ero più a mio agio. Tutto quell’entusiasmo che avevo prima di arrivare stava letteralmente scomparendo. Cercai di ricompormi pensando al motivo per il quale mi trovavo lì. Chiesi di vedere in tutta fretta le stanze e uscii da quella casa senza ricordarmi bene cosa avessi visto. Una volta fuori tralasciai ogni pensiero e, alla fine, concordai con l’agenzia perché fosse mia. Dimenticai per un po’ quell’incontro, pensando che si trattasse solo di una bislacca esperienza fine a sé stessa, senza nessuna relazione con la casa, ma in seguito mi dovetti ricredere. Tutte le circostanze in cui mi venni a trovare mi portarono a capire che quell’appartamento e, forse anche tutto il palazzo, avevano un’influenza diabolica e spettrale. Cominciai con il frenetico trasloco.
Fabrizio, un ragazzo che conoscevo dai tempi della scuola, mi venne in aiuto. La nostra era una conoscenza che, inizialmente, per circostanze diverse, non avevamo mai approfondito; in seguito ci eravamo ritrovati un pomeriggio estivo in piscina e da quel momento avevamo continuato a vederci. Ci stavamo innamorando.
Una sera, dopo essere stati in birreria, rientrammo a casa insieme, dato che, come succedeva negli ultimi tempi, lui si fermava a dormire da me. Appena entrati però, qualcosa catturò la nostra attenzione: la luce dell’androne del condominio era più fioca rispetto a quella dei piani superiori, rendendo l’ambiente piuttosto buio. Guardammo in alto e notammo una farfalla imprigionata dentro la plafoniera: non smetteva di sbattere le ali nel disperato tentativo di liberarsi.
Uno strano rumore in quell’istante ci fece sobbalzare, proveniva dall’appartamento destro.
«Qualcuno ci sta spiando!» disse Fabrizio.
Una strana percezione negativa pervase i miei sensi. Un brivido scosse tutto il mio corpo.
«No, tesoro. Sento qualcosa d’inquietante provenire da dietro quella porta!» replicai, come avessi avuto il dono della chiaroveggenza.
Mi avvicinai per sentire o avvertire chissà quale altro segnale. Mi sembrò di vedere sdoppiarsi la porta.
«Mi fai paura Angelica, sembri aver visto uno spettro! Sei pallida! Che cosa succede?» mi disse turbato. Non seppi spiegarmi quel presentimento e la visione. Ero sconvolta, non mi era mai capitato prima d’allora.
Per non spaventarlo lo rassicurai: «No, nulla tesoro, scusa! Sarà stata suggestione».
“Che fatto stravagante”. Forse era tutto frutto della mia fantasia, oppure aveva ragione lui… qualcuno ci stava spiando e, inavvertitamente, era caduto facendo molto rumore. L’atmosfera tetra dell’androne mi aveva condizionato. Mi ripresi. Lo guardai sorridendo e afferrandolo per una mano lo invitai a salire. La nostra fu una splendida e romantica serata. La notte rimase a dormire con me, ma al mattino presto lui se ne era già andato. Anch’io mi apprestavo a uscire per recarmi al lavoro. Un vocio agitato di più persone proveniva dall’androne, come un’eco. Scesi lentamente. C’era molta gente, tutta accalcata davanti alla rampa della scala.
«Signora Angelica sapesse cosa è successo questa notte! Una ragazza si è impiccata. Siamo tutti sconvolti!» Era la proprietaria, padrona di tutto il condominio, che mi stava parlando «L’hanno trovata appesa nel corridoio, davanti alla porta.»
Rimasi impietrita. Non potevo crederci: era tutto vero! “Ma, allora la sensazione che avevo provato la notte precedente in compagnia di Fabrizio, non era stata suggestione!” Nonostante mi sforzassi di capire, i miei pensieri rimanevano confusi. Non seppi proprio darmi una spiegazione logica o un minimo soddisfacente di quella premonizione, rimasi tuttavia incuriosita e spaventata. Inoltre il mio animo era agitato, come se mi sentissi inspiegabilmente responsabile per non aver fatto qualcosa affinché non accadesse un fatto così triste e terribile. Guardai i sigilli alla porta: avevano portato già via il cadavere. Ora era tutto in mano alle competenze giudiziarie.
«Spaventoso! Davvero terribile!» risposi scioccata.
Come avrei potuto spiegarle quello che avevo intuito? Oltretutto non era saggio parlare di ciò che mi era accaduto a persone che non conoscevo. Salutai tutti senza riuscire a cambiare la mia espressione turbata e me ne andai al lavoro. Anche Fabrizio rimase sconvolto dall’accaduto. Non accennò mai a quella sera, a ciò che avevamo vissuto insieme e io contribuii a mantenere il riserbo. Il pensiero di quel fatto mi accompagnò per molto tempo. Non fu l’unico e isolato aneddoto inquietante; altri avvenimenti oscuri e contorti stavano per accadere.
Quando Fabrizio non si fermava a dormire con me, avevo paura. La notte mi addormentavo davanti al televisore acceso per non sentire altri rumori; nell’ingresso avevo messo una presa illuminata notturna.
Una sera litigammo aspramente, tant’è che se ne andò sbattendo la porta. Adirata, gli tirai un disco dietro: era il regalo che mi aveva fatto quella sera stessa. Scoppiai a piangere. Lo raccolsi sperando di non averlo rotto ed entrai nello studio per metterlo sul giradischi. Sentii alle mie spalle un movimento, uno spostamento d’aria e un respiro profondo che mi fece letteralmente gelare il sangue. No, non era stata un’impressione. Mi tremarono le ginocchia, ma ero come bloccata; non riuscivo a muovermi per scappare, nemmeno un grido per la paura. In quel momento si spensero tutte le luci. Finalmente mi sbloccai da quella paralisi momentanea precipitandomi fuori e poi giù per le scale. Mi trovai in strada. Terrorizzata, guardai il mio balcone: era tutto buio. Come potevo ritornare in casa? A chi potevo chiedere aiuto? L’unica persona che mi venne in mente fu Fabrizio, dovevo telefonargli e sperare che mi rispondesse. Erano tempi, quelli, in cui non esistevano i cellulari. Andai al bar all’angolo, da Pino. Agitata, gli chiesi di telefonare.
Mi guardò preoccupato. «Angelica, cosa è successo?».
Indossavo solo la tuta e le pantofole, così vestita e con quel freddo non potevo che suscitare perplessità, e chissà che faccia sconvolta avevo: ero ancora sotto shock. Tuttavia non potevo nascondermi, ero costretta a far sembrare tutto normale.
«Scusami, Pino, ma il mio ragazzo si è portato via le mie chiavi e ho bisogno che torni indietro, altrimenti rimango fuori.»
Era una bugia, ma non potevo certo dirgli che avevo dei fantasmi o delle presenze inquietanti in casa. Sinceramente, non ci avrei creduto nemmeno io.
«Certo cara, telefona pure. Sono cose che succedono.»
Lo chiamai, ma non rispose. Aspettai qualche minuto e riprovai, ma senza risultato. Salutai il ragazzo del bar, ringraziandolo. Mi feci coraggio e ripresi la strada di casa. Dovetti aspettare un bel po’ prima che qualcuno mi aprisse il portone. Finalmente Gilberto, l’inquilino del piano di sopra, scese e mi aprì.
«Angelica, hai lasciato la porta di casa aperta.»
«Avevo un’urgenza. Sono uscita di corsa per telefonare. Forse nella distrazione devo aver dimenticato di chiudere. Potresti accompagnarmi? Ho paura che magari nel frattempo qualcuno sia entrato!»
«Ma certo! Tanto stavo uscendo per raggiungere i miei amici.»
Mi sentii subito sollevata. C’era la porta spalancata ed era ancora tutto buio. Provai ad accendere le luci, ma niente.
«Sarà saltato il salvavita. Gilberto, ti prego, vieni con me in cantina?» egli annuì con un sorriso.
Non avrei mai sperato in così tanta fortuna.
«Sì, è saltato il contatore» confermò Gilberto.
Tirai un sospiro di sollievo. Tornammo sopra. Tutto era esattamente al proprio posto. Nulla faceva presagire che fosse successo qualcosa.
«Bene! Vedo che sei più tranquilla! Ora devo andare.»
«Certo, vai pure.»
Ero davvero contenta che un angelo travestito da vicino fosse venuto in mio soccorso.
«Quando hai bisogno puoi venire a cercarmi, io ci sarò sempre per te» disse baciandomi la guancia.
Mi sembrò inopportuno quel bacio, ma non lo rifiutai; lo abbracciai a mia volta, come segno della mia riconoscenza. In fondo mi aveva aiutata in una situazione drammatica e complicata, alla stregua di un film horror. Se ne andò salutandomi con un cenno della mano e un sorriso soddisfatto. Mi domandavo che impressione potessi avergli fatto. Non ero nemmeno in ordine come al solito, anzi. Mi sentivo una caricatura: con il trucco disfatto per aver pianto, e con la tuta. Non ero una gran bellezza, eppure mi aveva guardata con interesse. “Cosa avrei fatto se lo avessi incontrato di nuovo? E se in seguito mi avesse chiesto di uscire con lui?” Facevo dei pensieri idioti! Ecco che all’improvviso mi ritornò in mente la brutta esperienza paranormale. La realtà prese il sopravvento. Lo shock era passato ma il turbamento no. Cominciai a ispezionare tutte le stanze, gli angoli, e mi soffermai ad ascoltare ogni rumore. Avvertivo solo le macchine rombanti per la strada e qualcuno che scendeva e saliva per le scale: il palazzo era privo di ascensore. Passai quella notte praticamente insonne, sentii addirittura rincasare Gilberto: erano le quattro di mattina. Era diventato ancora più angosciante dormire da sola. Decisi di mettere un annuncio per condividere la casa con qualcuno. Mi mancava Fabrizio; da quella sera non si era più fatto sentire: cominciavo a preoccuparmi. Non potevo credere che fosse finito tutto tra noi per una sciocca incomprensione. Andai a cercarlo anche se temevo, in cuor mio, un suo rifiuto nel rivedermi. A casa sua non c’era, al telefono non rispondeva: era letteralmente scomparso. Forse avevo aspettato troppo a cercarlo e ora chissà dov’era finito. Mi assalì un’ansia insolita. Avvertii un’altra sensazione negativa. Non avendo amici in comune dovetti rassegnarmi a non cercarlo più. Mi sforzai di non pensarlo immergendomi a capofitto nell’arte. Presi parte a delle collettive e, a un circolo di artisti, conobbi Rosanna. Era anche lei alla ricerca di una compagna per condividere le spese, così le proposi di trasferirsi da me. Eravamo molto simili, anche fisicamente. Tra noi ci fu subito una grande complicità e vivere con lei mi tolse molte insicurezze. Non incontravo più Gilberto. Mi era capitato di vederlo giusto un paio di volte di sfuggita e c’eravamo salutati frettolosamente. Con mia sorpresa una sera suonò alla porta. Rosanna era a una fiera e sarebbe tornata tardi. Ero contenta di rivederlo, ma il motivo della sua visita si rivelò completamente diverso dalle mie aspettative. Senza salutarmi mi porse un giornale.
«Ma questo non era il tuo ragazzo?»
Era lui, Fabrizio. C’era la sua foto. Era morto in un incidente stradale, schiantandosi con la macchina contro un platano. Era morto sul colpo, proprio la sera dopo il nostro litigio. Continuavo a leggere e non mi sembrava reale. Era sicuramente tutto un brutto sogno dal quale mi sarei risvegliata.
«Angelica, mi dispiace! Pensavo lo sapessi! Ero venuto per accertarmi, l’avevo visto un po’ di volte ma non ero tanto sicuro che si trattasse di lui. Davvero, mi dispiace!»
Scoppiai a piangere. Gilberto era imbarazzato e sconvolto allo stesso tempo. Forse si era anche pentito di avermi comunicato la notizia. Mi strinse tra le sue braccia.
Mi portò sul divano e cominciò ad accarezzarmi: «Va un po’ meglio ora?».
Come potevo stare meglio? C’eravamo lasciati male e ora non potevo più chiedergli scusa e nemmeno dirgli quanto lo amassi. Fabrizio non lo avrei mai più rivisto, era morto. Alzai il viso e guardai Gilberto negli occhi: «Non ne hai colpa, non potevi saperlo. Anzi, desideravo avere sue notizie; mi hai tolto ogni dubbio». Gli confidai, così, tutto quello che era successo, del litigio, di come c’eravamo lasciati. Parlammo tutta la sera fino all’arrivo di Rosanna. Era stato piacevolmente tenero e credevo di piacergli. Dopo quella sera passò di nuovo molto tempo senza più incontrarlo; nemmeno io lo cercai, eppure abitava un piano sopra il mio. Qualche tempo dopo Rosanna partì con il suo ragazzo per un weekend in montagna. Era domenica ed ero stanchissima, avevo passato tutta la notte senza riuscire a riposare bene. Dalle tapparelle filtrava già la luce del mattino ma, non avendo impegni, rimasi nel letto a poltrire. Non aspettavo nessuno, per cui mi rilassai e girandomi su un fianco riprovai a dormire. Credevo di essere nel dormiveglia ma il mio stato di coscienza mi permetteva di vedere la stanza, tuttavia ero incapace di muovermi, di parlare, mi sentivo impotente, non potevo reagire nonostante i miei sforzi per farlo. Qualcuno era nel letto con me. Mi strinse in un abbraccio e cominciò a parlarmi.
Nonostante la voce fosse rassicurante, cercai di liberarmi di quella presenza. Riuscii a saltare giù dal letto solo dopo aver sentito suonare il campanello della porta. Mi precipitai ad aprire. Era Gilberto. Gli buttai le braccia al collo e con voce strozzata dalla paura, proferii a malapena: «Lì! Lì! Nel letto! C’è qualcuno!»
«Angelica, calmati! Cosa succede?» disse guardandomi attonito. Incuriosito andò a vedere… «Ma qui non c’è nessuno! Sei sicura che tu non abbia sognato?»
Capii che non mi avrebbe creduta. Lasciai correre e non insistetti. «Sì, forse è stato un incubo!» Mi ripresi e chiesi il motivo della sua visita.
«Volevo invitarti a una serata tra amici e presentarti un po’ di gente simpatica. Ci divertiremo! Sei sempre a casa, stare tra la gente ti farà bene! Da quando hai saputo di Fabrizio, non sei più uscita.»
Mi domandai come facesse a sapere che non uscissi da tanto, considerando che non lo vedevo mai. Mi sembrò strano. C’era nell’aria una palpabile situazione d’imbarazzo.
«Gilberto, gradisci qualcosa da bere? Scusami per prima, la notte dormo poco, spesso ho incubi, ma ora è tutto passato.»
«Ti credo, del resto con quello che ti è successo, era prevedibile un po’ di stress.» Mi venne vicino e mi toccò i capelli. «Come sei bella!» provando a darmi un bacio. Lo scansai infastidita. Non so per quale motivo, ma non mi piaceva la situazione. Mi prese di scatto, facendomi male al braccio. Non volle lasciarmi nemmeno al mio grido di dolore.
«Lo so che ti piaccio! Lasciati andare!»
«Lasciami bastardo!» Gli morsi la guancia senza rendermi conto di ciò che stessi facendo. Lanciò un grido e mi tirò uno schiaffo in pieno viso. Non ci potevo credere. “Gilberto che tentava di prendermi con la forza e io che potevo fargli davvero male!”
«Scusami Angelica. Perdonami! Non so cosa mi abbia preso! Non ho mai fatto nulla del genere con nessuna» disse toccandosi la guancia dolorante.
«Fammi vedere… ti esce del sangue! Vieni, ti disinfetto.»
Lo presi con dolcezza come fosse accaduto a qualcun’altra. Per fortuna era solo un piccolo taglio. «Perdonami tu!» gli dissi. Mi abbracciò e mi strinse forte.
«È stata colpa mia, dolcezza. Mi passerà!»
Restammo in silenzio e ci coccolammo come se non fosse successo nulla. Non esistevano più tensioni tra noi. Era una comunione di effusioni, di reciproco possesso, desiderosi di trovare il piacere nei nostri corpi. Avevo cancellato completamente il mio incontro ravvicinato con lo “spirito”. Tutte le mie ombre oscure si persero tra quelle lenzuola; affioravano solo le espressioni del mio amante. I suoi occhi verdi e le sue labbra carnose mi cercavano avidamente come un fuoco divoratore. Mi legò al letto. Conobbi il perverso piacere di chi ama le arti della seduzione e dell’erotismo. C’era qualcosa di diabolico e di angelico in lui, oppure incarnava esattamente i miei pensieri più reconditi. La luce filtrava dalle tapparelle illuminando il suo corpo atletico che si muoveva come in una danza. Era caldo e lo sentivo scivolare dentro di me, inebriandomi di piacere. Non so cosa fosse successo perché mi svegliai nuda senza di lui, ancora legata alle sbarre del letto.
Provai a slegarmi ma non riuscivo che a farmi male. Guardai l’orologio: erano le tre del pomeriggio e la situazione cominciava a spaventarmi. Faceva freddo e fuori cominciava a piovere. Dovevo urlare o aspettare che tornasse Rosanna? Dov’era finito Gilberto? Ero confusa e angosciata, stavo per perdere il controllo. Sentii aprire la porta d’ingresso. «Gilberto, sei tu?» nessuno rispose. Avvertivo dei rumori come se qualcuno stesse camminando lungo il corridoio. La porta della mia camera era aperta per metà e nella posizione in cui mi trovavo, non riuscivo a scorgere nessuno. Il panico mi prese letteralmente alla gola. Avevo un senso di nausea, avvertivo un malessere generale come se fossi stata drogata. Sentii bisbigliare dietro la porta, qualcuno stava parlando sottovoce. «Chi c’è?» urlai a gran voce. Nessuno rispose. La situazione era ambigua, forse qualcuno era lì per farmi del male. Era un pensiero legittimo! Piantai un urlo con tutto il fiato che avevo in gola. Cominciai a piangere e a chiedere aiuto. Pensavo a Gilberto, a cosa gli potesse essere successo. Ero confusa poiché non ricordavo nulla; l’ultima scena nella mia memoria era di noi che facevamo l’amore. Tutto faceva presagire a qualcosa di contorto. Sembrava una situazione kafkiana in cui tutto è paradossalmente angosciante e senza logica. Era tutto molto strano, le mie urla non avevano allarmato nessuno. Dovevo solo aspettare che la mia amica tornasse o che Gilberto sbucasse da chissà dove. Rimasi così per molto tempo. Mi ero nuovamente addormentata perché Rosanna era lì davanti a me che cercava di svegliarmi. Mi chiese preoccupata cosa fosse accaduto. Facevo fatica a riprendermi, ero in uno stato confusionale. Mi slegò e mi coprì. Le raccontai tutto e insieme decidemmo di andare su da Gilberto per capire che fine avesse fatto. Non rispondeva nessuno, nemmeno un rumore. Rosanna si arrabbiò moltissimo con me perché non avrei dovuto far l’amore con un uomo che conoscevo appena. Solo una settimana più tardi cominciai a sentire dei forti rumori provenire dal piano di sopra, come se fosse tornato. Andai a vedere, stavano portando via i mobili, ma lui non c’era. Altri al suo posto stavano facendo il trasloco. Chiesi sue notizie ma nessuno sapeva darmi informazioni. Era un mistero che andava risolto. Non potevo e non volevo lasciar correre come avevo fatto con Fabrizio e cominciai a chiedere ai miei vicini e poi alla padrona di casa. Seppi che Gilberto era finito in carcere perché coinvolto in un omicidio. Appresi, sconcertata, che faceva parte di un gruppo esoterico satanista. Pensai a tutto ciò che mi era successo da quando avevo trovato quella casa. La sua influenza non poteva che essere negativa e comunque desideravo andarmene, cercare un altro appartamento. Rosanna era d’accordo. Avevamo deciso di dormire insieme nel letto matrimoniale poiché, in seguito ad alcuni rumori e altri fatti inspiegabili, entrambe avevamo iniziato ad avere incubi spaventosi. Una notte sentii tremare il letto, pensai fosse il terremoto. Accesi la luce, erano le tre. Rosanna non mi era più accanto, il lampadario non oscillava. Mi alzai e andai a vedere dove fosse finita. Accesi le luci della sua camera: lei era in piedi sul letto come sospesa, aveva un’espressione catatonica, guardava fissa in un punto. Non ci potevo credere, era stranamente in punta di piedi sul letto morbido. Raccapricciante! No, non era lei! Gridai: «Rosanna!». Ella precipitò sul letto come svenuta. «Rosanna, stai bene?» temevo si fosse fatta male cadendo. Mi abbracciò forte e scoppiò in un pianto liberatorio. La lasciai sfogare senza dirle più nulla. Era stata un’esperienza di levitazione. Quell’episodio mi fece pensare che nella casa si nascondesse un segreto esoterico, forse con un anagramma da scoprire. Non so se facesse tutto parte di un disegno; per me era un viaggio nell’ignoto. Nulla potevo spiegarmi razionalmente. Il mio scetticismo iniziale mi portò in seguito a cambiare idea su tali avvenimenti. Un’energia strana e misteriosa mi portava da una parte a interrogarmi, dall’altra a rifuggire da ciò che mi sembrava oscuro e potente. Nel desiderio di trovare una spiegazione a tutto questo, volli indagare e temporeggiai con Rosanna nel trovare una nuova casa.
Un ultimo fatto grave mi fece ripensare e interrompere ogni ulteriore indagine. Una donna all’ultimo piano dello stabile si buttò dal balcone: un altro suicidio nel giro di un anno e mezzo. Il tragico evento suscitò scalpore. Ormai mi convincevo sempre di più che non si trattasse di un caso: il palazzo era posseduto da forze oscure e spaventose. Tra le pareti di quel vecchio condominio si praticavano senz’altro sedute spiritiche: questo è ciò che rivelavano i discorsi di alcuni inquilini. Sul giornale era scritto che la donna da qualche tempo si sentiva perseguitata da demoni e spettri. Qualcuno, quel giorno, la vide ridere prima di buttarsi. Considerando gli accadimenti, io e la mia amica, fummo costrette ad abbandonare quell’appartamento. Portammo con noi solo i vestiti lasciando lì molti oggetti. Di Gilberto non seppi più nulla ma, nonostante tutto, penso a lui ancora con malinconico desiderio. Dicono che le case abbiano memoria e assorbano le energie negative di quelli che vi abitano; dopo quella inquietante esperienza, Rosanna e io optammo per una casa di recente costruzione.

© Adriana Mirando

Autore: Adriana Mirando Artista

Sono nata a Pescara ma vivo a Torino. Sin dalla mia prima giovinezza ho dimostrato spiccate doti artistiche nel disegno, specie nel ritratto figurativo. Essendo creativa e amando il campo della moda, frequentai un corso professionale di “figurinista”. Come artista il mio è stato un percorso da autodidatta, sperimentando varie tecniche (olio, acrilico, composizioni polimateriche), cercando nel tempo un mio stile, riconoscendomi poi nell’arte surrealista. Ho partecipato a numerose collettive e a settembre 2016 ho esposto due miei quadri alla “174° Esposizione Arti Figurative” della società promotrice delle Belle Arti a Torino, con relativa pubblicazione di una mia opera sul catalogo. Per il bisogno di raggiungere la completezza dell’espressione artistica, ho unito al mio già nutrito bagaglio poesie e racconti.

6 pensieri riguardo “Una casa inquietante”

  1. Finalmente sei arrivata anche tu Adriana nel mondo di WordPress!!!! Bellissimo il racconto, complimenti! Vedrai quando avrai un bel po di followers come cambiano le cose rispetto aFacebook (con tutto il rispetto): qui c’è gente che ha piacere di leggerti perché ama la narrativa o la poesia, scrive poesie, scrive racconti, tutti con le mani inn pasta siamo quà: è tutto un altro mondo! 🙂 Passa a visitare il mio blog ed ISCRIVITI anche tu se lo vuoi! Mi farà piacere che tu mi legga e che mi commenti (io farò lo stesso con te), se hai qualche domanda tecnica posso vedere di aiutarti così come sono stato aiutato anch’io! Benvenuta! Smackkkkkkkkkkkk, Carlo 🙂

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    1. Sono felicissima pure io di vederti ed essere qui!!! Si di domande ne avrò senz’altro tante da farti perché mi ha aiutato un mio carissimo amico ma ancora tante cose non le ho capite e non so muovermi con disinvoltura come te per cui certo dimmi poi come mi posso iscrivere! Un forte abbraccio e un smackkkkk a te caro😀

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